La riforma Nordio spiegata a chi non ha ancora capito cosa si vuole davvero riformare.
C'è una certa eleganza involontaria nel fatto che una riforma presentata come necessaria per migliorare la giustizia italiana non contenga una sola norma che riguardi la giustizia italiana nella sua esperienza quotidiana: i tribunali che arrancano, i processi che durano quanto regni medievali, l'accesso alla legge riservato in pratica a chi può permettersi avvocati all'altezza. Di tutto questo la legge Nordio non si occupa, con la coerenza di chi va dal medico per un'appendicite e si sente prescrivere un cambio di pettinatura. Ciò che la riforma fa, invece, è intervenire sul bilanciamento dei poteri con la delicatezza di chi riarredasse casa altrui di notte: separare le carriere di giudici e pubblici ministeri — già di fatto separate, visto che il passaggio da una all'altra riguarda meno dell'uno per cento dei magistrati — spaccare il Consiglio Superiore della Magistratura in due tronconi e affiancarvi una nuova Alta Corte disciplinare, triplicando costi e strutture senza che nessuno abbia ancora spiegato con quale beneficio per il cittadino comune, quello che aspetta diciotto mesi per una visita ortopedica e non ha mai incrociato nella vita un magistrato requirente.
Il capolavoro, tuttavia, è il sorteggio. La riforma prevede che i componenti dei nuovi CSM vengano estratti a sorte tra i magistrati, in luogo dell'elezione oggi vigente — sistema che vale, si badi, per gli ordini degli avvocati, per i consigli dei medici, per Confindustria, per le associazioni bancarie, per chiunque abbia un organo di rappresentanza degno di questo nome. Per la magistratura, no: il sorteggio, presentato come rimedio alle correnti interne, non abolisce affatto le correnti — che essendo espressione di libertà di pensiero non possono per definizione essere abolite — ma elimina la garanzia democratica con cui i magistrati scelgono i propri rappresentanti, sostituendola con l'alea. Nel frattempo, la quota cosiddetta laica, quella di nomina politica, verrebbe selezionata da liste già confezionate dalla maggioranza parlamentare: sorteggio puro per i magistrati, scelta accurata per la politica. Una simmetria rivelatrice. A completare il quadro, il governo ha già annunciato che, in caso di vittoria del Sì, la polizia giudiziaria verrebbe sottratta alla direzione dei pubblici ministeri per essere ricondotta sotto l'esecutivo — il che, tradotto, significa che chi indaga risponderebbe a chi potrebbe essere indagato. Dettaglio non trascurabile.
Votare No, il 22 e 23 marzo, è un atto di memoria oltre che di ragione. La magistratura italiana ha pagato in vite umane il prezzo della propria indipendenza: Falcone e Borsellino, che pure erano favorevoli a certe riforme processuali, vedevano nella separazione delle carriere esattamente il rischio che oggi si materializza, ovvero la subordinazione della funzione requirente al potere politico. Il referendum è senza quorum: qualunque sia l'affluenza, il risultato sarà valido. Questo significa che l'astensione non è neutralità ma complicità silenziosa. La riforma modifica sette articoli della Costituzione con i voti della sola maggioranza, senza confronto con le opposizioni, senza urgenza che la giustifichi, con l'unica fretta di chi sa che il tempo lavora contro di lui. Di fronte a una manovra tanto scoperta nei mezzi quanto nei fini, la risposta più semplice resta la migliore: presentarsi, prendere la scheda, scrivere No. Con la tranquillità di chi sa da che parte stare.

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