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sabato 5 settembre 2026

MONTI SMONTA VANNACCI A MANI NUDE



 A Cernobbio il vecchio professore sfida il generale, e vince senza alzare la voce.


A Cernobbio si è consumato uno di quei confronti che raccontano più di mille analisi politiche. Da una parte Roberto Vannacci, generale buttatosi in politica, uomo che ha costruito fortune editoriali ed elettorali sul rimpianto di una virilità e di una normalità perdute. Dall'altra Mario Monti, ottantuno anni, l'uomo del Loden e dei sacrifici imposti agli italiani nel 2011, che si presenta invece come l'ultimo custode della Costituzione. Non ha urlato al pericolo fascista, il professore, come farebbe un liceale al primo corteo: ha fatto di peggio, guardando il generale negli occhi e spiegandogli con la freddezza di chi corregge un compito che il fascismo più insidioso non ha bisogno di divise né di adunate. Gli basta la retorica della superiorità, insinuata nei salotti come fosse buonsenso.

Il cuore dell'intervento, però, non è polemico ma diagnostico. Monti si chiede perché gli italiani abbocchino a questi richiami identitari, e si risponde: perché la politica di oggi non sa più garantire benessere, non alza gli stipendi, non fa funzionare gli ospedali, terrorizzata com'è dal costo elettorale delle riforme vere. Resta un solo rimedio, il metadone dell'identità: non potendoti dare un futuro, ti si racconta che sei superiore al tuo vicino. È un'illusione che sostituisce la giustizia sociale con l'orgoglio di sangue, e che tratta i cittadini come un gregge da placare, non come persone da far crescere. Non l'uomo delle tasse, dunque, ma l'uomo che nel 2011 raccolse un Paese già sull'orlo del default, spread a 550, dopo che il governo Berlusconi ve lo aveva condotto per poi dileguarsi lasciando ad altri il conto: quei professori tanto vituperati, con la loro cura da cavallo, scongiurarono il tracollo.

Per congedarsi, il professore impugna due citazioni come fossero armi bianche. Prima Camus: "Amo troppo il mio Paese per essere nazionalista". Poi le ultime parole di un Mitterrand morente, pronunciate nel suo primo giorno da eurodeputato: "Le nationalisme, c'est la guerre" - il nazionalismo è la guerra. Infine solleva l'arma istituzionale: il programma del generale, dice, viola in più punti la Costituzione e la Carta dei diritti dell'Unione, e promette di spendere le ultime energie per impedirlo. Bernard Shaw diceva che il patriottismo è la convinzione che il proprio Paese sia superiore a tutti gli altri perché ci si è nati: a Cernobbio, chi ha davvero difeso l'Italia è stato chi quella convinzione l'ha rispedita al mittente. AGR







Quando i cannibali divorarono la letteratura italiana



Giuseppe Lombardo 


Un documentario torna sulla generazione che negli anni Novanta portò nella narrativa il ritmo del fumetto, l’immaginario pop e una nuova idea di editoria

Per leggere seguo il link : 

https://giuseppelombardo.substack.com/p/quando-i-cannibali-divorarono-la?utm_source=share&utm_medium=android&r=3l7uif


giovedì 3 settembre 2026

L'OMBRELLO DI SCHLEIN

 CORSIVO


C’è un modo molto italiano di stare dalla parte dell’aggredito: raccomandargli moderazione. Se poi l’aggressore dispone di missili, droni e qualche centinaio di migliaia di uomini, tanto meglio. Elly Schlein è dunque con l’Ucraina. Fermamente. Incrollabilmente. Purché, s’intende, non si esageri con quella mania un po’ militarista degli ucraini di voler sopravvivere. A Bruxelles, intanto, i Socialisti e Democratici - famiglia europea nella quale il Pd risulta tuttora iscritto, salvo errore dell’anagrafe -  chiedono più difesa aerea, più munizioni e perfino strumenti d’attacco a lungo raggio. Una posizione curiosamente concreta: se Putin bombarda, occorre qualcosa con cui impedirglielo.

Al Nazareno la faccenda è più spirituale.

Qui si è per Kyjiv, ma contro l’escalation; per la sicurezza europea, ma contro il riarmo; per la resistenza ucraina, ma con una certa diffidenza verso gli strumenti normalmente adoperati per resistere. È il pacifismo omeopatico: curare i missili con tracce infinitesimali di solidarietà. Naturalmente c’è il campo largo. E un campo, per essere largo, deve contenere tutto: gli atlantisti, i post-atlantisti, i pacifisti, i putiniani involontari, quelli volontari ma discreti, gli estimatori del dialogo purché a dialogare sia sempre l’altro mentre viene bombardato. La segretaria deve tenere insieme questa arca di Noè geopolitica. Impresa ammirevole. Il problema, infatti, non è più stabilire se Putin sia simpatico. Persino certi suoi antichi ammiratori hanno smesso di collezionarne le fotografie. Il problema è capire se un continente possa affidare la propria sicurezza alla speranza che il Cremlino, prima o poi, si annoi.

Schlein propone dialogo e diplomazia. Benissimo. Anche il citofono è uno strumento di dialogo. Ma se uno sta sfondando la porta, prima di domandargli educatamente chi è conviene forse mettere il chiavistello. Ed eccoci al capolavoro: il Pd europeo vuole rafforzare militarmente l’Ucraina; il Pd italiano teme il riarmo. Dev’essere l’Europa a geometria variabile: socialista a Bruxelles, francescana a Roma. Con l’Ucraina, dunque. Ma senza armi. Come dire: siamo con l’ombrello, però contro l’apertura quando piove. 💪


LA PROVA DEI MIGLIORI



 La corsa alle Partecipate diventa il primo banco di prova per Basile: competenze e curriculum prima delle appartenenze e dei reduci delle urne.

La ressa per entrare nelle Partecipate del Comune rischia di diventare la prima vera contraddizione del “governo di liberazione”. A bussare sono in tanti e tra loro inevitabilmente ci sono anche quanti sono stati esclusi dagli elettori: candidati che non hanno conquistato un posto in Consiglio comunale e che adesso potrebbero cercare nelle società pubbliche quella collocazione negata dalle urne. Federico Basile ha l’occasione di dimostrare che la stagione nuova comincia proprio da qui, mettendo davanti a tutto le due direttrici che qualsiasi azionista serio dovrebbe pretendere dagli amministratori delle proprie società: competenza e curriculum. Non appartenenza, fedeltà o militanza.

Le Partecipate non sono poltronifici da distribuire: gestiscono servizi che incidono ogni giorno sulla vita e sulle tasche dei cittadini. E chi quei servizi li paga ha diritto alla migliore garanzia possibile su chi li amministra. Se il modello Messina vuole proporsi domani a Palermo come alternativa di governo, deve dimostrare oggi, dove già governa, che liberazione significa anche liberarsi dalle vecchie liturgie della politica.  ♓

LA FAMIGLIA DEL BOSCO, DIMENTICATA QUANDO NON SERVE PIÙ

 



a cura di Anna Lombardo

Chi urlò contro le toghe in campagna referendaria oggi tace: il compito più difficile resta a chi quei bambini deve reinserirli nella vita civile.



Durante la campagna per il referendum sulla giustizia, la vicenda della "famiglia del bosco" è diventata, per certa destra, un randello contro la magistratura. Bastava un fotogramma - un casolare, dei bambini, dei giudici "cattivi" - per costruire il racconto dello Stato invasore che strappa i figli a genitori innocenti. Nessuno si è preso la briga di leggere le carte, di capire cosa dicessero i servizi di neuropsichiatria infantile, di studiare un fascicolo complesso fatto di scelte educative estreme e di sintomi da stress post-traumatico riscontrati nei minori. Bastava il sentimento di pancia, e quello bastava a portare voti.


Il referendum è passato, la propaganda ha cambiato bersaglio, e della famiglia del bosco oggi si parla pochissimo, se non nelle cronache giudiziarie. Non fa più comodo: non produce più indignazione spendibile. Resta però il problema vero, quello che nessun comizio ha mai voluto affrontare: tre bambini che devono tornare a scuola, imparare a stare con i coetanei, riabituarsi a un mondo che i genitori avevano scelto di tenere loro lontano. Il compito più difficile - aprire loro le porte della vita civile, dell'istruzione, della socialità, senza farli sentire per sempre ai margini - tocca proprio a chi era stato dipinto come il nemico: giudici, assistenti sociali, insegnanti.


Non dovrebbero vergognarsi i genitori, prigionieri delle proprie convinzioni. Dovrebbero vergognarsi quelli che di quei bambini si sono serviti per crocifiggere i magistrati quando tornava utile in campagna elettorale, e che oggi, esaurita l'utilità del caso, li hanno semplicemente dimenticati.

domenica 30 agosto 2026

BUS FANTASMA, TEATRINO VERO




 Ventinove autobus fermi, due ispettori improvvisati, un dirigente offeso: la solita Messina.



I fatti, spogliati di retorica: ventinove bus elettrici nuovi risultano immatricolati e parcheggiati a binario morto, invece che in strada a fare il loro mestiere. Marcello Scurria e Giuseppe Capurro, insospettiti dal silenzio su quell'accumulo di mezzi fermi, decidono di andare a vedere con i propri occhi ed entrano dalla porta carraia nell'area operativa di ATM, tra officine e mezzi in movimento. L'obiettivo era legittimo - smascherare l'ennesimo annuncio-trofeo senza reale programmazione -  ma il metodo no: una vera ispezione richiede una richiesta formale al legale rappresentante, non un blitz spontaneo. Risultato: due consiglieri che vincono sul merito e perdono sulla forma, regalando a Pietro Cami l'assist perfetto.

E Cami l'assist lo incassa con gusto, ma sbagliando bersaglio: si rifugia nel tecnicismo procedurale, snocciola passeggeri e orgoglio cittadino, e sui ventinove bus fermi non dice una sillaba. Difesa vincente in punta di regolamento, persa in punta di credibilità, perché il cittadino alla fermata non si chiede se il sopralluogo fosse regolare, si chiede perché il bus nuovo non passa. 

La strada giusta era un'interrogazione formale, una richiesta d'accesso agli atti, la commissione trasporti con Cami costretto a rispondere nel merito. Invece abbiamo avuto un blitz senza cornice e una risposta senza contenuto. Tra chi ispeziona per apparire e chi si difende per non rispondere, il cittadino resta a piedi, e i ventinove bus restano lì, lucidi e inutili come una promessa elettorale: perché a Messina, si sa, l'importante non è arrivare, è essere fotografati mentre si parte.🚫💩 (Vietato sparare cazzate).

sabato 29 agosto 2026

LE GUERRE IN CORSO E I CAMBIAMENTI CLIMATICI

 

Mentre l'attenzione globale si concentra, giustamente, sulle perdite umane e sulle città distrutte, c'è una vittima silenziosa le cui ferite continueranno a uccidere per generazioni , si tratta dell'ecosistema. 


Le guerre in corso oggi non si limitano a ridisegnare i confini geopolitici; agiscono come acceleratori devastanti del collasso climatico e dell'avvelenamento globale.  

Basandoci sui dati dell'Osservatorio sui Conflitti e l'Ambiente (CEOBS) e su report scientifici verificati, ecco l'impatto reale delle armi moderne sul nostro pianeta.

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Anatomia di distruzione 

Ordigni e armi  Termobariche

L'impatto ambientale di un bombardamento inizia nell'istante della detonazione, ma la chimica dell'esplosione determina il tipo di cicatrice che lascerà sul territorio.


Esplosivi convenzionali 

Missili e bombe standard utilizzano composti chimici come il TNT (trinitrotoluene) e l'RDX. Ogni singola esplosione vaporizza queste sostanze, rilasciando nell'aria composti organici tossici, cianuro di idrogeno e ossido di azoto, che ossidandosi in atmosfera generano piogge acide.  


Armi termobariche  (Vacuum Bombs)

Rappresentano l'apice della distruzione ecologica localizzata. 

A differenza degli esplosivi tradizionali, queste armi disperdono prima una nube di combustibile altamente tossico e poi la innescano, utilizzando l'ossigeno atmosferico per generare l'esplosione. 

La detonazione crea una palla di fuoco che raggiunge temperature prossime ai 4000 °C, incenerendo istantaneamente ogni forma di flora e fauna nell'area di impatto. 

Oltre alla devastante onda d'urto, il processo consuma l'ossigeno circostante e rilascia dense nubi di gas tossici e fumo, rendendo l'aria letale e inquinando irrimediabilmente il sito.  


Avvelenamento di terra  e acqua , eredità che dura secoli 


Quando il fumo si dirada, inizia la contaminazione silenziosa. 

I residui dei bombardamenti penetrano nel suolo e nelle falde acquifere, innescando un disastro sanitario a scoppio ritardato.  


Metalli pesanti 

Fino al 95-97% dei proiettili e delle munizioni di piccolo calibro è composto da piombo, affiancato da zinco, rame, nichel, bario e, in alcune testate, uranio impoverito. 

Il piombo disperso nel suolo è altamente tossico; entra nella catena alimentare e viene assorbito per inalazione o attraverso l'acqua potabile, causando danni neurologici irreversibili, insufficienza renale e gravi anemie.  


Residui esplosivi 

composti come TNT, DNT e RDX non si dissolvono naturalmente. 

Penetrando nelle acque sotterranee, provocano mutazioni genetiche a lungo termine, insufficienza epatica e agiscono come potenti agenti cancerogeni. 


Ancora più allarmanti sono i nuovi esplosivi "insensibili" (IM), sviluppati dai militari per evitare detonazioni accidentali. 

Test sul campo dimostrano che oltre il 30% del composto chimico può sopravvivere all'esplosione, con un'emivita nel suolo stimata tra i 66 e i 228 anni. 

Questo significa che le zone di guerra attuali rilasceranno veleni nel terreno per i prossimi due secoli.  


Il contributo diretto al collasso climatico 

Il complesso militare è uno dei principali, e meno discussi, motori del riscaldamento globale.

In tempo di pace, le sole forze armate globali sono responsabili di circa il 5,5% delle emissioni totali di gas serra (GHG) , una quota enorme che supera le emissioni di interi continenti. 

Tuttavia, a causa di una storica mancanza di trasparenza (nota come "military emissions gap"), la rendicontazione di queste emissioni all'ONU (UNFCCC) è volontaria e spesso del tutto ignorata dai governi.  


Durante i conflitti attivi, l'impatto climatico esplode


1. Consumi e rilasci diretti 

Il carburante bruciato per muovere intere flotte aeree e divisioni corazzate genera milioni di tonnellate di CO2 in pochi mesi.


2. Distruzione dei "Carbon Sinks"

I bombardamenti innescano incendi boschivi su vasta scala, trasformando foreste che prima assorbivano anidride carbonica in enormi emettitori di gas serra e particolato nero.


3. Disastri Tecnologici

Colpire aree industrializzate provoca sversamenti di carburante e distruzione di infrastrutture fossili, immettendo tossine direttamente negli ecosistemi e alterando il microclima locale.  


In questo momento storico, l'aumento della spesa militare globale a 2.700 miliardi di dollari minaccia di bloccare gli sforzi per la transizione ecologica, distogliendo fondi vitali dall'azione per il clima proprio nell'anno in cui l'umanità ha superato la soglia critica di 1.5 °C di riscaldamento globale.


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La realtà dei fatti

Le macerie di una città distrutta non sono solo cemento rotto. 

Sono discariche tossiche a cielo aperto che rilasciano amianto e polvere cancerogena per decenni. 

Quando i trattati di pace verranno finalmente firmati, l'avvelenamento sistemico delle falde acquifere e l'impronta carbonica di queste guerre continueranno a mietere vittime per generazioni.


Conoscete i responsabili, ringraziateli !! 

MELONILAND: CRONACA DI UN'EPURAZIONE SENZA SANGUE ( PER ORA)

CORSIVO 




 Ranucci fuori da Report, ovvero l'arte di sparare al cane da guardia e colpirsi il piede.

Il ragionamento di fondo, va detto, ha una sua eleganza da educande: la televisione di Stato non deve indagare sullo Stato, perché sarebbe come chiedere allo specchio di dire la verità sulla cravatta storta. Bella mossa, complimenti agli strateghi di Viale Mazzini: si voleva un funerale silenzioso e si è organizzato un comizio permanente. 

Benvenuti a Meloniland, il mondo al contrario: dove il cane da guardia si epura per "opportunità", parola che in italiano corrente significa "non lo possiamo scrivere ma lo sappiamo tutti", e la redazione, invece di ringraziare per la liberazione dal fastidioso vizio della verità, si ammutina, minaccia le valigie, scrive lettere. Ingrati, si direbbe a Palazzo. Professionisti, si direbbe fuori.

E qui sta il capolavoro di imperizia: si voleva chiudere un problema e se n'è aperto uno internazionale; si voleva un servizio pubblico ammansito e si è ottenuto un caso di stampa che fa il giro del mondo più veloce di qualsiasi inchiesta di Report. Morale: non si epura la domanda che il cronista lascia dietro di sé. E la domanda resta lì, ostinata come una tassa: se il cane da guardia dava fastidio, il fastidio era il cane, o quello che c'era da guardare?💪



martedì 25 agosto 2026

RIDATECI IL PONTE

 


Un appello bipartisan: Nizza di Sicilia e Alì Terme, una sola voce per ricucire i due lungomari


Da un articolo di Gazzetta Jonica nasce una domanda che riguarda due comunità e che non dovrebbe avere colore politico: quando sarà finalmente ripristinato un collegamento sicuro, anche pedonale e ciclabile, tra i lungomari di Nizza di Sicilia e Alì Terme?


Non è un caso che a riportare con forza la questione all’attenzione pubblica sia stato proprio Gazzetta Jonica, il giornale della riviera che questo tratto di costa lo conosce palmo a palmo.


Quell’articolo ha messo nero su bianco ciò che tra Nizza di Sicilia e Alì Terme si ripete ormai da mesi: la passerella sul torrente Nisi non era soltanto un attraversamento per automobili, biciclette e pedoni. Era diventata, con il passare degli anni, la cucitura naturale tra due lungomari e tra due comunità confinanti che avevano imparato a vivere quel tratto di costa come uno spazio sostanzialmente unitario.


Chiuderla non ha semplicemente interrotto una strada.


Ha spezzato una continuità urbana, sociale e quotidiana.


Ed è proprio per questo che il sentimento nato attorno alla richiesta di ripristinare quel collegamento non appartiene a una parte politica. Attraversa maggioranze e opposizioni, amministratori e semplici cittadini. Viene prima delle appartenenze e nasce da un’esigenza concreta: poter tornare a spostarsi tra i due paesi in maniera semplice e sicura.


IL NUOVO PONTE C’È. MA PER CHI CAMMINA IL PROBLEMA RESTA


C’è poi un elemento che rende questa vicenda ancora più difficile da comprendere.


Dopo anni di attesa è stato ricostruito da Anas il ponte Fiumedinisi della Statale 114, riaperto al traffico nell’aprile 2025 dopo un investimento di circa otto milioni di euro.


Un’opera importante e necessaria.


Ma il nuovo ponte non dispone di un vero marciapiede pedonale protetto e separato dalla carreggiata.


È una precisazione essenziale.


I pedoni, secondo quanto chiarito dalla stessa Anas, possono utilizzare le banchine laterali previste lungo la sede stradale. Quello che può apparire come un marciapiede sul ponte è invece un passaggio tecnico destinato alle attività di sorveglianza e manutenzione.


Formalmente, quindi, il transito pedonale non è vietato.


Ma il punto politico e sociale è un altro: tra due centri abitati confinanti non esiste oggi un percorso pedonale protetto che consenta a una persona di passare agevolmente e in sicurezza da un lungomare all’altro.


Ed è questa la domanda che le istituzioni devono porsi: può davvero considerarsi risolto il collegamento tra Nizza di Sicilia e Alì Terme se un bambino, un anziano, una famiglia, un turista o semplicemente un cittadino che vuole muoversi a piedi non dispone di un marciapiede separato dal traffico della Statale 114?


La risposta non può limitarsi all’esistenza di una carreggiata percorribile dalle automobili.


Una comunità moderna non è fatta soltanto di veicoli.


È fatta anche di persone che camminano, di ragazzi in bicicletta, di anziani, di famiglie, di cittadini che vogliono raggiungere il paese vicino senza essere costretti a utilizzare l’automobile.


Per questo la passerella sul Nisi aveva assunto negli anni un valore che andava ben oltre quello di una viabilità secondaria.


Garantiva quella continuità pedonale, ciclabile e urbana che il nuovo ponte della Statale, pur ricostruito, non ha restituito completamente alle due comunità.


SICUREZZA IDRAULICA E SICUREZZA DELLE PERSONE NON DEVONO ESSERE CONTRAPPOSTE


Naturalmente esiste un problema che nessuno può ignorare: quello della sicurezza idraulica del torrente Nisi.


L’Autorità di Bacino del Distretto Idrografico della Sicilia ha assunto provvedimenti che hanno portato alla chiusura della passerella e ne ha contestato la permanenza nell’alveo sotto il profilo della sicurezza e del libero deflusso delle acque.


È un tema serio.


E nessuno chiede di aggirare prescrizioni tecniche, sottovalutare il rischio idraulico o sacrificare la sicurezza.


Ma proprio per questo la questione non può risolversi semplicemente con una chiusura.


Occorre trovare una soluzione.


La sicurezza del torrente deve essere garantita. Ma deve esserlo anche la sicurezza di chi cammina.


Le due esigenze non possono essere considerate incompatibili per principio. Devono diventare parte dello stesso progetto.


Se l’attuale passerella può essere mantenuta attraverso interventi tecnicamente compatibili con le prescrizioni dell’Autorità di Bacino, si individuino rapidamente le opere necessarie.


Se invece gli approfondimenti tecnici dimostreranno definitivamente che quella struttura non può più rimanere nell’alveo, allora le istituzioni hanno il dovere di progettare e finanziare un nuovo collegamento stabile, sicuro e almeno ciclopedonale tra i due lungomari.


Quello che non può essere accettato è che la risposta definitiva sia semplicemente: il collegamento non c’è più.


GLI ENTI CI SONO. ORA SERVE UNA DECISIONE COMUNE


La vicenda, peraltro, non parte da zero.


Negli ultimi mesi sono già stati coinvolti diversi soggetti istituzionali e tecnici e si sono svolti confronti finalizzati a individuare una soluzione.


La Città Metropolitana di Messina ha già esercitato un ruolo di coordinamento tra gli enti.


Anas, titolare della passerella e soggetto che ha emesso l’ordinanza di chiusura, è necessariamente parte di qualsiasi percorso relativo al futuro del manufatto.


L’Autorità di Bacino della Sicilia è l’ente fondamentale per tutto ciò che riguarda la sicurezza idraulica, il libero deflusso del torrente e le condizioni alle quali un attraversamento possa essere eventualmente autorizzato o sostituito.


Il Genio Civile di Messina è chiamato a fornire le valutazioni tecniche di propria competenza.


Comuni di Nizza di Sicilia e Alì Terme devono presentarsi insieme, con una posizione comune e senza divisioni politiche, perché il problema riguarda entrambi allo stesso modo.


Anche RFI e i soggetti impegnati nei grandi lavori ferroviari che interessano questo territorio devono continuare a partecipare al confronto, soprattutto laddove possano concorrere agli interventi e agli oneri necessari.


E infine occorre un’assunzione di responsabilità politica da parte della Presidenza della Regione Siciliana e dell’Assessorato regionale alle Infrastrutture, affinché il confronto tra gli uffici produca finalmente una soluzione concreta.


Anche la rappresentanza politica all’Assemblea Regionale Siciliana può e deve fare la propria parte, sostenendo nelle sedi istituzionali una richiesta che proviene da un intero territorio.


Non serve quindi inventare un nuovo tavolo.


Serve che quello già aperto arrivi a una conclusione.


NON UN ALTRO RINVIO: UN PROGETTO E UN CRONOPROGRAMMA


È questo il punto sul quale Dissonanza Sud vuole oggi costruire una proposta concreta.


Non una protesta contro qualcuno.


Non una battaglia di parte.


Non l’ennesima polemica destinata a durare qualche giorno sui social.


Ma un appello bipartisan sottoscritto dalle istituzioni locali, a partire dai sindaci di Nizza di Sicilia e Alì Terme e da tutti i consiglieri comunali, di maggioranza e opposizione.


Un solo documento.


Una sola voce.


Un solo obiettivo.


Chiedere agli enti competenti di sedersi definitivamente attorno allo stesso tavolo e assumere impegni precisi.


All’Autorità di Bacino chiediamo di indicare con chiarezza quali condizioni tecniche possano consentire di preservare un collegamento tra le due sponde del Nisi.


Ad Anas chiediamo di collaborare alla definizione della soluzione relativa alla passerella esistente e, più in generale, di considerare la necessità di garantire una mobilità pedonale realmente protetta in questo tratto della Statale 114.


Al Genio Civile chiediamo di fornire rapidamente tutte le valutazioni tecniche necessarie.


A RFI e ai soggetti impegnati nei lavori ferroviari chiediamo di tradurre ogni disponibilità manifestata in impegni concreti e formalizzati.


Alla Città Metropolitana chiediamo di continuare il coordinamento già avviato fino alla sottoscrizione di un accordo operativo.


Ai due Comuni chiediamo soprattutto una cosa: unità.


Alla Regione Siciliana chiediamo di assumere questa vicenda come una priorità territoriale e di mettere insieme competenze, autorizzazioni e, qualora necessarie, risorse finanziarie.


Ma soprattutto chiediamo ciò che troppo spesso manca nelle vicende pubbliche:


un progetto, responsabilità definite e un cronoprogramma scritto.


DUE PAESI NON POSSONO ESSERE COLLEGATI SOLO PER LE AUTOMOBILI


Il punto di fondo è semplice.


Dopo anni di lavori, disagi e ingenti investimenti pubblici, Nizza di Sicilia e Alì Terme non possono ritrovarsi nella condizione paradossale di essere collegate dalle automobili ma di non avere un collegamento pedonale protetto e continuo tra i rispettivi lungomari.


Non è una questione nostalgica.


Non si tratta di difendere a ogni costo un vecchio manufatto.


Si tratta di difendere una funzione.


Quella di collegare in sicurezza due comunità che distano poche centinaia di metri, condividono servizi, attività, famiglie, passeggiate e una medesima fascia costiera.


Se quella funzione può continuare a essere svolta dalla passerella esistente, adeguandola alle prescrizioni tecniche, si faccia quanto necessario per restituirla ai cittadini.


Se non può esserlo, si realizzi un’altra soluzione.


Ma una soluzione deve esserci.


Perché la risposta non può essere quella di obbligare chiunque voglia spostarsi da un paese all’altro a prendere l’automobile.


E non può essere considerato equivalente a un vero percorso pedonale protetto il semplice transito lungo la banchina di una strada statale attraversata ogni giorno da un intenso traffico veicolare.


UN APPELLO CHE DEVE UNIRE, NON DIVIDERE


Per questo sarebbe significativo che i primi firmatari fossero proprio i sindaci dei due Comuni e, subito dopo, tutti i consiglieri comunali.


Senza distinzioni.


Senza primogeniture.


Senza bandiere.


Perché il collegamento sul Nisi non è della maggioranza e non è dell’opposizione.


Non appartiene a Nizza più di quanto appartenga ad Alì Terme.


È patrimonio di un territorio.


L’appello dovrà poi raggiungere la Città Metropolitana, Anas, Autorità di Bacino, Genio Civile, RFI, Assessorato regionale alle Infrastrutture, Presidenza della Regione e deputati regionali.


E dovrà essere accompagnato da partecipazione, commenti, condivisioni e adesioni, rilanciati attraverso i profili social di cittadini e amministratori.


Non con insulti.


Non con proclami.


Ma con la calma dei ragionamenti e la forza di una richiesta difficile da contestare.


Perché le buone ragioni, quando sono espresse con chiarezza e sostenute da un’intera comunità, possono arrivare molto più lontano di qualsiasi polemica.


Fino a Messina.


Fino a Palermo.


Fino a chi ha il potere e il dovere di decidere.


LA RICHIESTA È SEMPLICE


Nizza di Sicilia e Alì Terme non chiedono privilegi.


Non chiedono deroghe alla sicurezza.


Chiedono che la sicurezza idraulica, la mobilità, la vivibilità e il diritto delle persone a muoversi a piedi vengano affrontati insieme.


Chiedono che due lungomari tornino a essere collegati.


Chiedono che dopo tanti anni di lavori pubblici si pensi finalmente anche a chi non viaggia in automobile.


Chiedono una decisione.


Una soluzione.


Un collegamento sicuro.


Due paesi collegati per le automobili, ma non da un vero percorso protetto per chi cammina: non può essere questa la conclusione di una vicenda durata anni.


Il ponte sul Nisi non è di una parte.


È di tutti.


RIDATECI IL PONTE

INIZIATIVA DEMOCRATICA E POPOLARE 

DissonanzeSud – giornale online indipendente

dissonanzesud.blogspot.it





MONTI SMONTA VANNACCI A MANI NUDE

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