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giovedì 19 marzo 2026

LA PISTA CICLABILE MONUMENTO AL FUTURO CHE NON VERRÀ

 a cura di Roberto Barbera*

Nastri tagliati, foto scattate, Amsterdam citata. Poi il silenzio.

Si tagliano nastri, si scattano fotografie, qualcuno cita Amsterdam. Poi i ciclisti non arrivano, e la pista rimane lì, silenziosa e dignitosa come un'opera d'arte contemporanea: incomprensibile ai più, finanziata da fondi pubblici, e destinata a diventare, nel giro di qualche settimana, il parcheggio più creativo della città. A Messina sta per partire la terza fase della grande avventura ciclabile. Via Cesare Battisti si trasformerà: un metro e mezzo di asfalto colorato sottratto alle automobili, i pali della luce lasciati al loro posto come sentinelle perplesse, tre corsie ridotte al minimo sindacale. Tutto regolare, tutto previsto, tutto già visto. La pista ciclabile, in Italia come in Europa, è diventata un prerequisito burocratico, una voce obbligatoria nel menu dei finanziamenti comunitari, come il gender balance nei consigli di amministrazione e la digitalizzazione degli uffici postali. Non la vuoi, non la usi, ma se non la metti nel progetto i soldi non arrivano. È la condizionalità del progresso: ti finanziamo il futuro, tu prometti di abitarci.

Il guaio è che il futuro, a queste latitudini, tarda ad arrivare. Le piste ciclabili nordeuropee funzionano perché attorno ci sono inverni feroci che temprano il carattere, città piatte come tavoli da biliardo, e popoli che considerano la bicicletta uno strumento di trasporto e non un oggetto da esibire la domenica mattina in lycra.

 

Da noi la bici è o sport agonistico o nostalgia d'infanzia. Nessuno va al lavoro in bicicletta quando il lavoro è su per una salita, la temperatura estiva supera i trentacinque gradi e il motorino del vicino ti sfila a destra come se il codice della strada fosse una proposta. Eppure si costruisce, si inaugura, si fotografa. Perché i fondi ci sono, perché i fondi scadono, e perché un'amministrazione che non spende è un'amministrazione che non esiste.
Come si fa, allora, a trasformare questi nastri d'asfalto colorato in qualcosa di utile, invece di lasciarli diventare l'ennesimo arredo urbano inutilizzato? 

La risposta è noiosa ma vera: cultura, controlli, continuità. Cultura, perché senza un'educazione alla mobilità sostenibile che parta dalle scuole e arrivi agli automobilisti, la pista resterà terra di nessuno. Controlli, perché senza sanzioni i ciclomotori occuperanno lo spazio nel giro di quarantotto ore, con la stessa naturalezza con cui occupano già i marciapiedi, le piazze e, nei casi più ambiziosi, i portici dei palazzi storici. Continuità, perché una rete ciclabile che si interrompe ogni trecento metri davanti a un cantiere, a una doppia fila o a un autocarro in sosta è semplicemente un percorso a ostacoli con ambizioni ecologiche. Fino ad allora, la pista ciclabile resterà quello che è: un sogno europeo realizzato in salsa mediterranea, dove il futuro è stato costruito con cura, e qualcuno ci ha già parcheggiato sopra lo scooter.

 

*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico.

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