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giovedì 19 marzo 2026

DIO IN CAMPAGNA ELETTORALE



 _Quando la Scrittura diventa comizio e la fede un accessorio di governo._ 

C’è qualcosa di impeccabilmente ordinato — e perciò sospetto — nel vedere uomini di potere raccogliersi in preghiera proprio mentre esercitano il potere. Le mani giunte, gli occhi socchiusi, le citazioni bibliche pronunciate con quella gravità studiata che si riserva ai brindisi ufficiali e ai funerali di Stato. Viene il dubbio che Dio, più che ascoltato, sia cortesemente convocato. Non come giudice, s’intende, ma come ospite d’onore, chiamato a benedire decisioni già prese altrove, magari tra una riunione strategica e un sondaggio favorevole.

La Bibbia, del resto, si presta con una disponibilità quasi imbarazzante. È un libro capace di tutto: di consolare e di infiammare, di assolvere e di condannare, di predicare la pace e di armare la mano. Basta scegliere il passo giusto, ignorare con elegante nonchalance quello accanto, e il gioco è fatto. Non è una novità, certo: sovrani, generali, rivoluzionari e predicatori hanno sempre attinto a questo repertorio con zelo selettivo. Oggi, semplicemente, lo si fa con migliore illuminazione e una regia più accorta. La fede diventa così una lingua franca del potere, utile a nobilitare ciò che, senza, apparirebbe fin troppo umano.

Il punto, naturalmente, non è la Bibbia, che sopravvive con pazienza millenaria a ogni abuso, ma l’uso che se ne fa. C’è in questa pratica una nota insieme ironica e malinconica: si invoca l’eterno per giustificare il contingente, si cita l’assoluto per difendere l’interesse.

 E mentre la religione viene elevata a scenografia morale, finisce per essere ridotta a suppellettile. Resta allora una domanda, semplice e scomoda: se Dio è davvero presente in queste stanze, è tra coloro che parlano — o tra coloro che, prudentemente, tacciono?



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