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mercoledì 25 marzo 2026

NORDIO, OVVERO L'ARTE DI RESTARE SENZA ESSERCI

 CORSIVO


Il Guardasigilli che sopravvive a se stesso.

 
C'è una scena che sintetizza meglio di qualsiasi editoriale il tramonto politico di Carlo Nordio: il ministro della Giustizia che arranca in aula per il Question time, risponde a cinque interrogazioni con la solerzia di un impiegato comunale all'ultima settimana prima della pensione, e se ne va senza concedere una sola parola ai giornalisti. Niente latinorum, niente citazioni churchilliane, niente di quel garantismo d'accatto che per due anni aveva ammantato di cultura il più anodino dei ministeri. L'ex magistrato intellettuale — quello che si era candidato a riformare la giustizia italiana con la foga di un novello Montesquieu — ha scoperto nel giro di un referendum che il popolo, sovrano capriccioso, preferisce fidarsi delle toghe piuttosto che del governo che le voleva separare. Meditava le dimissioni, pare. Lo ha fermato la Meloni con il piglio di chi non può permettersi un'altra casella vuota a un anno dal voto. E così Nordio è rimasto: non dimissionato, non rilanciato, semplicemente... imbalsamato, come quei ministri di fine legislatura che occupano la poltrona con la dignitosa rassegnazione di un reperto museale in attesa di catalogazione.

Quel che resta di Nordio è un bilancio che farebbe impallidire anche il più creativo degli spin doctor: cinquanta nuovi reati firmati dal campione del garantismo, carceri al record di sovraffollamento, un'epidemia di suicidi tra i detenuti, e — ciliegina amara — la notizia da Bruxelles che l'abrogazione dell'abuso d'ufficio, fiore all'occhiello della sua stagione riformatrice, va riscritta perché l'Europa non gradisce. Il ministro che doveva alleggerire il codice penale si ritrova costretto a un passo indietro persino su quello. Intanto Bartolozzi è andata, Delmastro è andato, e sul ministero aleggia l'ombra tutelare di Mantovano, che supervisiona i dossier rimasti come un primario che non si fida del tirocinante. Tra i corridoi di via Arenula circola già il nome di Sara Kelany come prossima figura di garanzia: avvocata, deputata in commissione Affari costituzionali, esperta di immigrazione, Sorella d'Italia della prima ora — una di quelle militanti temprate nei decenni in cui il partito era piccolo e feroce, non ancora ingrassato dal potere. Competente nelle materie giuridiche quanto basta, e soprattutto dotata della virtù più rara e preziosa nell'ecosistema meloniano: sa stare zitta quando serve. Qualità che, alla luce degli ultimi mesi di via Arenula, suona quasi come un lusso rivoluzionario. Nordio, che di Churchill citava tutto tranne la capacità di dimettersi con stile, chiuderà la sua esperienza da ministro quando la chiuderanno anche gli altri: tra un annetto, con passo stanco e grimaldelli appesi al petto come medaglie di una guerra persa.


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