di AGR
Le piccole vere dinamiche delle elezioni di paese
Le amministrative, nei piccoli centri, non sono mai state un’epica battaglia per il futuro.
Più spesso somigliano a un mercatino rionale: niente proclami solenni, ma sguardi d’intesa, pacche sulle spalle, conti aperti da saldare.
Il voto non si conquista, si coltiva. Come un orto.
E come ogni orto, ha i suoi padroni.
“Per il bene del paese”, dicono tutti, con la stessa intonazione di chi ordina un cornetto al bar.
È una formula di cortesia, un intercalare. Il resto è sottotraccia: famiglie più o meno numerose che fanno blocco, amicizie che pesano più dei programmi, piccoli favori promessi in cambio di fedeltà.
Un lavoro stagionale di relazioni, più che di idee.
Qui il candidato non è un leader, è un mediatore e , spesso , nasconde ambizioni legittime dietro presunti dictat di piccoli gruppi di improbabili sostenitori.
Tiene insieme equilibri fragili, distribuisce rassicurazioni come caramelle.
Non guida, accompagna.
Spesso nemmeno sceglie, viene scelto. Spinto in avanti da un titolo, “ Signor Sindaco”, che suona meglio
degli oneri che comporta.
E quando parla, lo fa per riempire il silenzio, non per cambiarlo.
I programmi? Una scenografia da libro dei sogni .
Pagine piene di verbi al futuro che nessuno leggerà davvero.
Il teatro elettorale ha le sue battute fisse, i suoi tempi, le sue strette di mano infinite.
Si promette tutto, sapendo che quasi nulla verrà chiesto con precisione .
Eppure, sotto questa superficie translucida e dimessa, si muove una realtà più nitida determinata dai piccoli interessi che si intrecciano e si proteggono, che si riconoscono al volo.
Non c’è cattiveria, spesso.
Solo un realismo antico, quasi domestico. Ognuno tira il filo che conosce, e il bene collettivo resta una parola buona per i manifesti.
Alla fine, resta l’impressione di una politica senza pathos e senza slancio, ma profondamente umana.
Imperfetta, contrattata, subdola, intrisa di furbizia, a volte sfacciata.
Spesso la manifestazione di un disagio interiore che non consente di collocare la realtà collettiva ad un livello molto più importante del minuscolo interesse personale.
L’egoismo soggettivo travolge l’altruismo del bene comune .
Ma alla fine , a sbagliare sono sempre “ gli altri “!
Noi no , noi siamo sempre nel giusto; noi non sbagliamo mai , noi siamo sempre esemplarmente onesti , senza imperfezioni , sempre corretti , perché , noi, siamo assolutamente convinti di essere , sempre , dalla parte giusta della Storia .


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