Quando l'arte diventa campo minato, persino la pace fa paura.
Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, è uomo che la sinistra cataloga da entomologo: intellettuale di destra, di estrema destra, come se la collocazione del pensiero ne determinasse il valore. Classificazione che rivela più chi la formula che chi ne è oggetto.
L'ingegno non chiede passaporto: conta dove arriva, non da dove parte. E quello di Buttafuoco arriva lontano — fastidiosamente lontano, anche per chi gli sta, nominalmente, dalla stessa parte.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, assente alla presentazione del Padiglione Italia per «improrogabili impegni istituzionali» — formula aurea del funzionario che rosica da lontano — ha trovato tuttavia il tempo di un videomessaggio sibillino. Ha stabilito, con la prosa involuta che è ormai sua cifra, che «l'arte di un'autocrazia è libera soltanto nella misura in cui sia dissidente».
Frase che suona profonda finché non la si traduce: un pittore russo può esporre solo se odia Putin. Requisito estetico singolare, convenendo che nessuno lo chiede al pittore francese rispetto a Macron.
Buttafuoco ha ringraziato il ministro per il disaccordo — con l'olimpica cortesia di chi ha vinto senza combattere.
È questa distanza, ha osservato, a certificare l'autonomia di chi da centotrent'anni pratica l'eresia dell'apertura. I censori si interrogano su come si costruisca la pace. Evidentemente non frequentano mostre.
E faticano a farsi capire — il che, per un ministro della Cultura, è già una forma di autocritica involontaria.

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