Quattordici milioni di «no» ridisegnano gli equilibri della legislatura
C'è qualcosa di vagamente commovente, nella siepe sullo sfondo. Meloni sceglie la scenografia domestica — verde, rassicurante — per comunicare che non accade nulla di grave. «Rammarico» e «rispetto», parole dosate con cura: quanto basta per condire senza esagerare. Il copione è noto, la recita impeccabile. Peccato che il sipario, stavolta, si sia alzato su un palcoscenico ostile.
I numeri parlano una lingua priva di sfumature: quasi dieci punti di scarto, oltre quattordici milioni di voti contrari, un'affluenza sfiorata al sessanta percento che nessuno aveva previsto. La riforma Nordio, presentata per anni come simbolo di una giustizia equa, viene rispedita al mittente dagli stessi elettori che avrebbero dovuto portarla in trionfo.
Quel che brucia non è la sconfitta in sé, ma la provenienza delle pallottole: l'undici percento degli elettori di FdI ha votato No, il quattordici tra i leghisti, il diciotto in Forza Italia. Il fuoco amico ha fatto più danni dell'opposizione. Tajani invoca oggi toni pacati, dimenticando che sono stati i suoi alleati a evocare orde di «stupratori e pedofili» in libertà. La demagogia ha i suoi costi. In tre anni e mezzo, era questa l'unica riforma cui intestare una legislatura. Ora giace sotto le macerie. Sull'altro versante, Schlein e Conte si sono scambiati cortesie insolite e condiviso un palco a piazza Barberini. Quattordici milioni di voti sono fondamenta solide. Resta da vedere se sapranno non demolirle, come la tradizione progressista italiana generosamente suggerisce. ♓

Dovranno tenete conto di tutti questi elettori che hanno votato No, e fra questi anche i loro sostenitori per cui dovranno stare molto attenti per il futuro. Gli italiani sono stanchi di questi soggetti, tajani, Salvini e del mastro e delle simpatiche segretarie
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