La geopolitica si rifà con raid aerei, bombardamenti a tappeto e omicidi politici — naturalmente - “mirati”.
Il mondo è tornato nelle mani dei picconatori dell’ordine, nostalgici dell’Ottocento, quando i confini si incidevano coi cannoni e la diplomazia parlava per ultimatum. Costoro invocano sovranità come fosse una sciabola, scambiano la complessità per mollezza e chiamano “realismo” la demolizione sistematica di ogni argine. Si abbatte, si proclama, si twitta: il resto — popoli, mercati, equilibri — è detrito scenografico. L’idea è semplice e brutale: se l’ordine intralcia, lo si spacca.
In prima fila sfilano gli apprendisti restauratori: Vladimir Putin con la sua geopolitica da zar riemerso, Donald Trump che confonde la strategia con l’effetto speciale, una nidiata di ducetti europei in posa marziale, gli smidollati alla Javier Milei che brandiscono la motosega come fosse una spada. Intanto i cosiddetti “paesi canaglia” — dalla Libia all'Iran, dall'Afghanistan alla Siria passando per la Corea del Nord — vengono arruolati a scuole di pensiero, improvvisati maestri di una geopolitica muscolare che fa dell’azzardo una dottrina.
Il loro catechismo è lineare: aree d’influenza, trattati usa-e-getta, forza come grammatica universale. Ma la Storia non è un poligono di tiro: è una diga incrinata. Picconare è facile; governare l’acqua che irrompe, assai meno. E mentre i demolitori brindano al ritorno dei confini armati, il pianeta trattiene il fiato: dalle crepe non filtra grandezza, ma caos — e il caos non ha maestri, solo apprendisti destinati a esserne travolti.

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