Quando un decimale vale più di un mandato.
C'è un numero che, nella geometria del potere, possiede la strana virtù di diventare ossessione: il tre. Non la Trinità, non i moschettieri, ma il 3% — quella soglia di deficit sul PIL oltre la quale l'Italia scivola fuori dalla grazia europea e dentro le forche caudine del Patto di stabilità. Finché il governo si mantiene al di qua di quella cifra, la prossima legge di bilancio può assumere il tono festoso che la politica gradisce: tagli alle tasse, bonus distribuiti con generosità quasi natalizia. Oltre, non c'è trippa per gatti
Il guaio è che i conti rifatti restituiscono un 3,1%. Un decimale, si dirà. Ma in politica come in medicina, è spesso il decimale a fare la diagnosi. La guerra voluta da Trump e Netanyahu in Iran ha già i suoi effetti: le imprese cominciano a chiudere, le bollette a salire, e il governo scopre di avere meno risorse proprio quando ne servirebbe di più. Si aggiunga che all'amico americano è stata promessa una spesa militare pari al — ecco che ritorna, implacabile — 3% del PIL. Senza rientrare nella soglia, si paga il prezzo del nostro debito pubblico, che la congiuntura sta provvedendo a rendere nuovamente scomodo.
Meloni si trova dunque davanti a una di quelle situazioni che i manuali chiamano "dilemma" e che la vita chiama, più semplicemente, trappola. Può violare il Patto di stabilità che ha firmato. Può sconfessare Trump. Può presentarsi agli elettori con una manovra priva di regali, rischiando la sconfitta. Oppure — soluzione elegante nei modi, cinica nella sostanza — può provocare una crisi e andare a votare prima che i nodi vengano al pettine. È la tattica più antica della politica italiana: quando non sai come pagare il conto, cambia ristorante. ♓

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