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sabato 21 marzo 2026

TAJANI, IL TRIONFO DELL'OVVIO: MANUALE DI GEOPOLITICA PER DISTRATTI

 CORSIVO



Quando la banalità si traveste da dottrina, il ministro detta la linea — o forse la smarrisce.


Vi è una soglia, nella vita pubblica, oltre la quale l’ovvio cessa di essere innocente e diventa spettacolo: Antonio Tajani pare averla oltrepassata con passo leggero, quasi distratto. Dopo aver relativizzato il diritto internazionale—che “conta fino a un certo punto”, come si direbbe di un accessorio fuori stagione — il ministro si è esibito in una serie di ammonimenti degni di un cartello antincendio: se c’è fuoco, si esce. Che la tragedia possa essere ridotta a precetto domestico è già di per sé un’operazione ardita; che lo si faccia con piglio pedagogico, mentre il mondo osserva, ha il retrogusto di una didascalia mal riuscita.

Nel frattempo, il lessico della politica estera si è fatto elastico: il “Board of Peace” non è un consesso per affari—salvo poi ammettere, con candore quasi lirico, che qualche interesse economico aleggia pur sempre. La coerenza, si sa, è una virtù sopravvalutata, specie quando l’eloquio procede per lampi intermittenti. E così, tra un richiamo al Kosovo e una schermaglia con Massimo D’Alema—che lo liquida come ministro “imbarazzante”, ricordandogli come nel ’99, a votare quei bombardamenti, ci fossero anche i suoi—il discorso pubblico si trasforma in un salotto dove la memoria è selettiva e la storia, quando disturba, viene cortesemente accompagnata alla porta.

Ma è nella cronaca recente che il registro tocca vette di involontaria ironia: istruzioni anti-droni degne di un vademecum condominiale, telefonate diplomatiche concluse con domande da bollettino meteo bellico, slogan che implorano la pace come si chiederebbe silenzio in biblioteca. 
Infine, il capolavoro: la presunzione di innocenza rovesciata con nonchalance, quasi fosse un dettaglio negoziabile. In un Paese che ha scritto il contrario nella sua Costituzione, l’effetto è quello di una stonatura eseguita con sicurezza impeccabile.
 E così, nella guerra delle corbellerie, il vincitore emerge: non per strategia, ma per perseveranza.


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