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venerdì 31 luglio 2026

CEUTA, LA FRONTIERA CHE SMENTISCE LE ILLUSIONI

 


Ceuta, enclave spagnola sulla costa del Marocco, è il simbolo delle migrazioni usate come leva politica.


Ci siamo raccontati per anni che i confini fossero un residuo del Novecento. Che la gglobalizzazione li avrebbe reso irrilevanti e che il diritto internazionale avrebbe sostituito la forza. Ceuta ci ricorda, con brutale chiarezza, che la storia segue altre regole. Una città di ottantamila abitanti può diventare il centro del mondo quando migliaia di persone attraversano insieme un confine. In quel momento la frontiera smette di essere una linea sulle carte e diventa uno strumento di pressione politica. I migranti non sono l'arma: sono le munizioni di una strategia decisa altrove. Confondere chi fugge con chi usa quei flussi significa non comprendere la natura del problema.

Il Marocco lo sa. La Turchia lo sa. La Bielorussia lo ha già dimostrato. La pressione migratoria è diventata uno strumento di negoziazione geopolitica, efficace quanto un embargo e infinitamente meno costoso. Non servono carri armati quando basta allentare i controlli su una frontiera. L'Europa continua invece a discutere come se fosse un seminario universitario. Una parte riduce tutto a un problema umanitario, l'altra a una questione di ordine pubblico. Entrambe fotografano un frammento della realtà e lo scambiano per l'intero paesaggio.

Ceuta racconta altro. Racconta che la sovranità è tornata di moda. Che gli Stati esistono ancora. Che i confini non sono un pregiudizio ideologico ma infrastrutture del potere. E racconta anche un'altra verità, forse la più scomoda: quando un Paese esterno può mettere in difficoltà l'Unione Europea semplicemente decidendo chi lasciar passare, il problema non è il confine di Ceuta. È il confine politico dell'Europa. Ennio Flaiano diceva che gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore. Gli europei, invece, sembrano avere un vizio diverso: corrono sempre in soccorso delle proprie illusioni. Anche quando la realtà le ha già travolte. Ceuta non è la periferia dell'Europa. È il suo specchio. E nello specchio, questa volta, il continente fatica a riconoscersi. ♓

EUROPA, SOLA COME UN CAMPARI SENZA GHIACCIO



 Fava

Mosca minaccia da est, Washington scarica da ovest, e noi rispondiamo con lo sguardo triste dell'ultimo rimasto al bar. Forse la solitudine è l'unica cosa che ci resta ancora da salvare.


L'Europa è sola. Lo ripetiamo da anni, seduti, bicchiere in mano, con la smorfia da film francese. La Russia ci guarda male da est. L'America, dopo averci usati per settant'anni come cortile di casa, ora ci tratta come un vicino scomodo, di quelli a cui si chiude il cancello senza un cenno di saluto. E noi, in mezzo, con la nostra bella storia alle spalle e poca voglia di scriverne un'altra. Fa niente se un tempo eravamo il centro del mondo: bastava esistere, e gli altri venivano a chiederci permesso. Ora tocca dimostrare di valere ancora qualcosa. Fastidioso,  ammettiamolo. Ma anche piuttosto salutare: chi non è mai stato costretto a cavarsela da solo, di solito, non sa di che pasta è fatto. Per secoli abbiamo vissuto di rendita, protetta da un'egemonia che nessuno ci contestava. Ora la rendita è finita, come certi conti in banca che sembravano infiniti finché non è arrivato l'estratto conto. E la domanda non è più "chi ci difenderà", ma "cosa abbiamo ancora da difendere".

In Europa ci sono ancora tanti paesi "bimbi minkia". Giocano alle belle statuine mentre il mondo cambia intorno a loro, convinti che l'immobilità sia una strategia. Altri si siedono su una sedia e fanno finta di stare in groppa a un cavallo, cavalcando visioni infantili di potenze che non sono più. E ce ne sono altri, più o meno apertamente, che sono avamposti chi di Trump, chi di Putin, e chi si propone come terzo forno per la Cina. Risultato è l'Europa dei no: no alle armi comuni, no a una difesa vera, ognuno con il suo sistemino, la sua fabbrichetta, il suo generale da parata. Come se ventisette ombrelli rotti valessero più di uno buono per tutti. E infatti il motto, da queste parti, non è più "uno per tutti": è "tutti per noi". I soldi, dicono, non si spendano in armi ma per abbassare il prezzo dei carburanti. Come se quel prezzo non fosse salito proprio perché il conto delle guerre in corso, alla fine, lo paghiamo sempre noi, al distributore.

La vecchia Europa umanistica, quella dei diritti e delle piazze, potrebbe smettere di aspettare la telefonata di Washington e cominciare a fare qualcosa di suo. Ci vorrebbe un'Europa terza: né succube dell'impero americano né vassalla di quello russo, che invece di contarsi i nemici si conti finalmente i meriti. Oppure no: potremmo continuare a giocare alle statuine, Campari alla mano, aspettando che decida qualcun altro al posto nostro, come abbiamo fatto per buona parte del Novecento con ottimi risultati. Sarebbe più comodo. Ma molto meno dignitoso. E tra un vicino che ti chiude il cancello e uno che ti punta il fucile, forse è il momento di crescere, e imparare a bussare da soli alle porte giuste.


giovedì 30 luglio 2026

IL PUGNO, IL CODICE DELLA STRADA E LA MEMORIA CORTA DELLA CITTÀ


Sciopero Atm, il rito che si ripete
Titolo: Il pugno, il codice della strada e la memoria corta della città.


Venerdì i bus si fermeranno quattro ore, dalle 16 alle 20. Tre aggressioni in una settimana - uno schiaffo per un semaforo rosso, un inseguimento fino in stazione, un pugno in pieno volto per una bicicletta rifiutata - hanno fatto quello che mesi di lettere sindacali non erano riusciti a fare: hanno acceso, per qualche giorno, l'attenzione della città. Poi, si sa come va: il sindaco convoca il comitato per l'ordine pubblico, il prefetto promette un tavolo, i giornali titolano "emergenza sicurezza", e fra due settimane la vicenda tornerà nel cassetto dove riposano tutte le altre. Perché di aggressioni agli autisti Atm si parla, a Messina, da almeno un decennio. Cambiano i nomi, cambiano le linee, resta identico il copione: denuncia, sdegno, silenzio.

Vale la pena notare un dettaglio che smonta la narrazione più comoda: l'ultimo aggressore non è lo straniero di passaggio buono per il titolo urlato, è un cittadino qualunque, italiano, esasperato da una regola elementare - niente bici a bordo - che non ha voluto accettare. Il problema, dunque, non è etnico né importato: è endovenoso, scorre nelle vene di una città che ha smarrito l'abitudine al limite e al rispetto reciproco. E se fuori dai mezzi la strada è già terreno di prepotenza quotidiana, è illusorio pensare che dentro un autobus, senza alcun presidio, la stessa violenza si fermi educatamente alla porta.
Eppure bastano poco, altrove, per arginarla.

 A Milano e Torino i conducenti hanno pulsanti d'allarme silenziosi collegati direttamente alla centrale operativa. A Barcellona le paratie di protezione del posto guida sono obbligatorie su tutta la flotta urbana. In Germania, dove il problema è meno acuto ma non assente, funziona soprattutto la certezza della sanzione: telecamere onnipresenti e denunce che arrivano davvero a processo. Nessuna di queste misure richiede investimenti faraonici: una paratia costa quanto un tagliando, un pulsante d'emergenza quanto un abbonamento telefonico annuale. Quello che serve non è il bilancio, è la volontà.
Un'ultima cosa, non secondaria. L'autista Atm, quando è al volante, è pubblico ufficiale: rappresenta lo Stato nella sua forma più feriale e quotidiana. Offenderlo, colpirlo, non è un fatto di cronaca minuta fra due sconosciuti: è un affronto al patto civile che tiene insieme la città. Bisognerebbe ricordarselo, non solo il venerdì dello sciopero.


mercoledì 29 luglio 2026

ROCCALUMERA, CONCERTO TRA POESIA E MUSICA




Nel Parco Letterario Salvatore Quasimodo di Roccalumera prende il via la sesta edizione dei Concerti nel Parco. Un'iniziativa dell'Accademia Filarmonica Laudamo che restituisce alla musica da camera il suo habitat naturale: l'ascolto, la bellezza e il dialogo con la poesia.


Ci sono luoghi che non ospitano semplicemente la musica: la costringono a dialogare con la memoria. Il Parco Letterario dedicato a Salvatore Quasimodo è uno di questi, e la sesta edizione dei Concerti nel Parco, promossa dall'Accademia Filarmonica di Messina, conferma un'idea di cultura che resiste alla logica dell'evento usa e getta.

Ad aprire la rassegna è il Duo Paganini, con Giuseppe Fabio Lisanti al violino e Alessandro Monteleone alla chitarra: un organico raro, capace di restituire il gusto della conversazione musicale, dove nessuna voce prevale e ogni frase trova il proprio contrappunto. Le sonate, del resto, sono questo: non un monologo, ma un esercizio di civiltà sonora, un'arte dell'ascolto reciproco. In tempi dominati dal rumore, riportare la musica da camera tra i versi di Quasimodo significa ricordare che la bellezza non ha bisogno di alzare il volume: le basta trovare il luogo giusto.

LA TENSIONE SOFFIATA DALL'ALTO

 

Dopo Chiomonte, il Viminale scopre lo Stretto e alza la voce contro chi protestache.



Il Viminale si è improvvisamente ricordato che esiste lo Stretto di Messina, e lo ha fatto nel modo più elegante possibile: paragonandolo alla Val di Susa. Peccato che tra le due valli - una di montagna, l'altra di mare - ci sia una differenza che nessun prefetto sembra voler notare: qui, negli ultimi vent'anni, i cortei No Ponte sono stati sempre pacifici, cartelli e slogan, non cantieri incendiati. Ma tant'è: bastano gli scontri in Piemonte perché a Roma si accenda una lampadina, e la lampadina, guarda caso, si accende proprio a ridosso dell'8 agosto, giorno del corteo nazionale indetto dai comitati promotori. Le coincidenze, in politica, non esistono quasi mai per caso.

Chiamiamola con il suo nome: strategia della tensione in salsa aggiornata, gusto comunicato stampa. Non servono più infiltrati o provocatori: basta un allarme sussurrato ai cronisti, un "massima vigilanza" pronunciato al momento giusto, per trasformare un movimento di cittadini in una minaccia all'ordine pubblico da tenere sotto osservazione. Il messaggio implicito è chiaro: chi protesta contro il Ponte è, potenzialmente, un facinoroso in erba. Funziona sempre, la delegittimazione preventiva: costa poco e rende molto, soprattutto quando c'è di mezzo un investimento politico enorme - quello di Salvini sull'attraversamento stabile -  da blindare in vista delle urne.

Sia chiaro: sul Ponte si può essere favorevoli o contrari, la discussione è legittima e persino sana. Ma il diritto di manifestare un pensiero, per quanto scomodo al potere, non si negozia agitando a comando lo spettro della violenza altrui. Chi ha organizzato i cortei di questi anni ha sempre garantito ordine, e non ci sono motivi per credere che l'8 agosto non sia assicurata la medesima tranquillità, senza bisogno di lezioni da chi  preferisce soffiare sul fuoco piuttosto che ascoltare. Un governo responsabile vigila e basta. Uno irresponsabile sospetta a comando. Messina, come sempre, guarda e giudica. ♓

HABEMUS DUCEM TIRMAE NATIONALIS



 Il ritorno nella nazionale pallonara dell'uomo giusto.

E così la nazionale italiana ha un nuovo allenatore, Roberto Mancini, per la verità già fin troppo conosciuto. Il presidente della FIGC, Giovanni Malagò, ha azzerato il team appena costituito, via Paolo Maldini e Leonardo, e recuperato l’allenatore marchigiano.Nella versione ufficiale, il problema con il nome di Andrea Pirlo sembra sia dipeso più dai rapporti di potere tra i vertici della federazione, non tanto la sua sponsorizzazione ancora in essere con la società russa di scommesse Fonbet. Ma siamo sicuri che Mancini sia davvero meglio? Il curriculum di Mancini come testimonial e figura pubblica è molto più lungo e di alto profilo rispetto a quello di Pirlo.Tra i tanti dettagli ora dimenticati nella carriera di Mancini, c’è l’aver allenato la squadra della città di Vladimir Putin, San Pietroburgo, di proprietà di Gazprom. E ovviamente il passaggio dall’Arabia Saudita impegnata, con Mohammed bin Salman, a ripulirsi l’immagine usando il calcio. Lo Spiegel ha poi scoperto giri strani di soldi ai tempi del Manchester City, accusato di aver dato informazioni solo parziali e distorte su quanto e come pagava Mancini come allenatore. E poi il ruolo di testimonial di un’azienda che era anche sponsor della nazionale, Facile Ristrutturare, appena sanzionata dall’Antitrust perché barava sullo sconto Iva in fattura e millantava recensioni entusiastiche che non c’erano.

 Ma questi sono tutti dettagli che non mettono in dubbio l’adeguatezza di Mancini per il ritorno alla guida degli Azzurri. Perché 


c’è una caratteristica cruciale di Mancini che manca a Pirlo: ha ricevuto il premio Atreju 2021 direttamente dalle mani di Giorgia Meloni (un presepe, sono soddisfazioni) e si è speso, da marchigiano, per la riconferma del governatore delle Marche di Fratelli d’Italia, Francesco Acquaroli, che gli aveva peraltro fatto avere un contratto da 600.000 euro come testimonial della Regione. Roberto Mancini è l’allenatore che questa Italia, nella stagione della destra e dell’immobilismo, si merita. ♓

FATS DOMINO, O DELLA PANCIA COME STRUMENTO A PERCUSSIONE

 




 
Il vero motore del boogie-woogie non stava nelle dita, ma in una pancia che suonava da sola.


C'era una volta un pianoforte che tremava non per l'ispirazione ma per la stazza. Antoine "Fats" Domino Jr., di New Orleans, ci saliva sopra con l'anca prima ancora che con le dita, e quel corpo abbondante, quella pancia che sembrava avere vita propria e ambizioni ritmiche tutte sue, diventava il vero motore percussivo del pezzo: la mano sinistra segnava il tempo, il fianco lo raddoppiava, e il piano — povero piano — avanzava sul palco spinto in avanti colpo dopo colpo, come un'automobile a manovella azionata dal ventre. Non era spettacolo, era necessità fisica: il boogie-woogie, in lui, non passava per la testa, passava per lo stomaco.

Era shouter di professione, certo, la voce che squarciava il fumo dei locali di Rampart Street con quella dizione creola morbida come il gumbo e imperiosa come un ordine impartito a fin di bene. Ma il segreto di "Ain't That a Shame", di "Blueberry Hill", di "I'm Walkin'" non stava nella potenza del grido, stava nella disciplina del rollio: quella mano sinistra da autentico piano man neworleansiano, erede diretto di Professor Longhair, che trasformava ogni ballata sentimentale in un invito irresistibile a muovere i fianchi. Elvis diceva di essersi ispirato a lui più che a chiunque altro, e non era piaggeria: Fats aveva inventato il rock and roll prima che qualcuno gli affibbiasse un'etichetta e un re bianco per rappresentarlo in copertina.

Morì novantenne, nel 2017, dopo aver rifiutato per una vita intera di lasciare New Orleans anche quando l'uragano Katrina gli allagò casa e la stampa lo diede per disperso tra i cadaveri. Lui era lì, seduto, ad aspettare che l'acqua si ritirasse, con la stessa imperturbabilità con cui aveva aspettato che il mondo intero imparasse a ballare come sapeva ballare lui. Per voi, dunque, senza bisogno di altre presentazioni: il grande, grandissimo, Fats Domino.


LA RUOTA DEI PURI

 CORSIVO 


Storia naturale del cachistone: dalla Lega-Cinquestelle al generale che sa il fatto suo.

Si scopre, con la costanza di chi riscopre l'acqua calda ogni luglio, che il populismo delude. Promette cose mirabolanti: la flat tax che arricchisce tutti e non impoverisce nessuno, come un pranzo gratis servito da un cameriere che paga di tasca sua; il ponte sullo Stretto pronto prima del prossimo traghetto; le bollette a zero perché il sole, si sa, è democristiano e non manda la fattura; le pensioni a mille euro garantite da un tesoretto che nessuno ha mai visto ma che sta sempre "in arrivo". Arrivato al governo, il venditore di lune consegna un lampione fulminato, e il popolo non si arrabbia col lampionaio: cerca un secondo venditore, più bravo del primo a descrivere la luna, ancora meno capace di consegnartela. È la cachistocrazia: il regime dei peggiori che scaccia i pessimi per far posto agli infimi.

E qui la ruota rivela il suo meccanismo più delizioso: il populista dell'ultima ora diventa, in un batter di ciglia, il populista della penultima, perché nel frattempo ne è arrivato uno più puro, venuto apposta per epurarlo in nome della purezza perduta. Destino bipartisan, che migra allegramente da destra a sinistra. Ma almeno una volta, va detto, ci provarono a governare insieme: la Lega di Salvini e il Movimento di Di Maio, con l'avvocato del popolo Giuseppe Conte a fare da notaio, e l'elevato Beppe Grillo benedire la creatura con un evangelico vaffanculo urbi et orbi. Che tempi, che governi: giallo-verde che ha cambiato il volto del paese e giallo-rosso (dalla vergogna) che vi si è acconciato poco dopo. Al risveglio, gli stessi problemi, ma con un mal di testa in più.

Ed ecco infatti il capolavoro nostrano più recente, che agli americani proprio non riesce di copiare con altrettanta grazia: si accusa Giorgia Meloni di essere poco populista, lei che ha eretto il corporativismo a forma di governo più solida del Colosseo, proteggendo l'impresa amica delle sovvenzioni e stringendo la mano callosa a un sindacato tanto giallo da sembrare canarino. E chi si candida a nuovo cachistone di riferimento? Il generale Vannacci, che ha fiutato il filone più ricco di tutti: non l'elettore deluso, ma l'elettore coglione, quello che ha già dato fiducia due volte e la ridarebbe una terza pur di sentirsi dire che stavolta, giuro, si fa sul serio. Così la ruota gira, oliata dalla memoria corta di chi confonde la delusione con un incidente di percorso anziché con la regola del gioco. Domani un altro cachistocrate offrirà l'ennesima luna, più lucida, più finta. E il popolo, che di lune ne ha già collezionate a dozzine senza portarsene a casa una, si preparerà con entusiasmo a essere ingannato meglio: in fondo chi si accontenta di un lampione fulminato gode due volte, la prima quando glielo accendono, la seconda quando gli spiegano che la colpa è sua, che lo voleva troppo acceso.


venerdì 24 luglio 2026

MINORENNI SÌ, MAGGIORENTI NO.

 CORSIVO 


Meloni scopre il garantismo, ma solo per gli amici degli amici

Quattordici anni, e la presunzione d'innocenza si getta dalla finestra senza paracadute: da oggi il ragazzino che sbaglia è colpevole finché non prova il contrario, come voleva il codice Rocco, firma Mussolini. Salvo essere, vanto di Nordio, ancora più severo dell'originale. Applausi, eccellenza. Ceaare Beccaria si rivolta nella tomba, e con lui due secoli di giurisprudenza che avevano faticosamente imparato a distinguere un ragazzino di borgata da un delinquente fatto e finito. Peccato: Nordio pareva un garantista, e invece era solo di passaggio.

Giorgia Meloni non riforma niente, perché riformare costa, e Lei, poveretta, di soldi veri non ne ha. Così niente prevenzione, solo manette; investimenti zero, allarmi a rotazione. Telegiornali e giornali radio ridotti a bollettini di questura: fracasso utile a distogliere lo sguardo da dove converrebbe, invece, guardare bene. Niente agenti in più nei quartieri difficili, niente assistenti sociali per i ragazzi di frontiera, niente insegnanti dove ne servirebbero il doppio, niente servizio civile per chi la fortuna l'ha vista appena di striscio. In compenso decreti sicurezza a raffica, uno incalza l'altro prima che si spenga l'eco del precedente. Cetto La Qualunque prometteva "chiù pilu pi tutti"; Meloni corregge il tiro: "chiù galera pi tutti". Quattro anni di governo, seicento anni di carcere in più. Il bilancio: non più sicurezza, ma più insicurezza, e celle sempre più piene. Brava, bene, bis.

Già, perché la stessa premier che vuole i minorenni "sempre imputabili salvo prova contraria" nega ai magistrati di frugare nel telefonino di un maggiorente assai ben introdotto: il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, amico suo, socio a sua insaputa, pare, di un prestanome in odor di camorra. Per i ragazzini di Barbiana la colpa si presume; per l'amico di famiglia si presume l'intoccabilità. Il garantismo, da queste parti, non è un principio: è un lasciapassare, tanto più largo quanto più stretta l'amicizia. Governare, in fondo, è scegliere chi mandare in cella e chi tenere al riparo: e su questo, va detto, Meloni non ha sbagliato un colpo.

mercoledì 22 luglio 2026

QUANDO LE SARDE SOGNARONO DI ESSERE PESCESPADA

 


Una leggenda di mare, tra invidia e riscatto: gli involtini che regalano nobiltà al pesce più umile dello Stretto.

Si racconta, tra i pescatori di Ganzirri, che una notte le sarde si radunarono sul fondale a lamentarsi. Vedevano il pescespada risalire lo Stretto con la sua spada d'argento, applaudito dai gabbiani, servito nei piatti più eleganti, arrotolato con arte in involtini profumati d'arancia. Loro, invece, finivano sempre fritte in fretta, senza cerimonie.

Una vecchia sarda, la più saggia del branco, decise di rimediare. Risalì in sogno fino alla cucina di un mio avo, Aldo, famoso per essere bello come il pirata Morgan e simpatico come Dean Martin, nonchè affabulatore d'eccezione,  e le sussurrò la ricetta: "Trattaci come il pescespada, e vedrai che nobiltà nasconde la nostra polpa." Aldo svegliatasi disi svegliò di soprassalto, corse ai fornelli: pangrattato tostato, pinoli, uvetta, prezzemolo e buccia d'arancia grattugiata, lo stesso ripieno regale riservato al pesce più superbo dello Stretto.

Da quella notte, le sarde aperte a libro si arrotolano orgogliose, foglia d'alloro tra un involtino e l'altro, e sfilano in forno come dame a un ballo. Il risultato è un piatto che profuma di festa, pur nascendo dalla cassetta più povera del mercato. Quando Aldo le portò a tavola: standing ovation dei commensali. Sì a casa del mio avo non si stava a tavola in pochi.

Ingredienti (4 persone): 800 g di sarde fresche aperte a libro, 150 g di pangrattato, 2 cucchiai di pinoli, 2 cucchiai di uvetta ammollata, prezzemolo tritato, buccia grattugiata di un'arancia, olio extravergine, foglie di alloro.

Procedimento: Tostare il pangrattato in padella con un filo d'olio, unire pinoli, uvetta strizzata, prezzemolo e buccia d'arancia. Farcire ogni sarda con un cucchiaino di ripieno, arrotolare dalla coda e disporre in teglia alternando foglie d'alloro. Irrorare d'olio e infornare a 200°C per 15 minuti, finché la superficie non è dorata.

Le sarde, quella sera, sognarono finalmente di essere regine.


… e buon appetito 

AUGUST DARNELL

 



Il barone del funk in doppiopetto bianco inventò un personaggio, Kid Creole, e ci costruì sopra un intero carnevale sonoro: latin, calypso, big band e disco, con le Coconuts a fargli da coro e da specchio. "Stool Pigeon" resta il manifesto di quella festa mobile.


C'è un momento, nella storia del pop, in cui la musica smette di essere solo suono e diventa messinscena, teatro, travestimento. August Darnell lo capì prima di molti altri, e se ne fece un nome d'arte come si indossa un abito di scena: Kid Creole. Non un semplice pseudonimo, ma un personaggio completo, con tanto di completo bianco a righe, panama in testa e un sorriso da furfante d'operetta che prometteva guai e balli fino all'alba. Attorno a lui, tre coriste che erano molto più di un contorno vocale: le Coconuts, trio di ballerine e coriste dal fascino tropicale, complici e contraltare femminile di un frontman che sul palco recitava la parte del seduttore un po' guascone, un po' bambino. Il fenomeno esplose nei primi anni Ottanta, quando l'operazione Kid Creole and the Coconuts si rivelò molto più solida di una semplice trovata da discoteca. Darnell veniva da una gavetta seria, tra i fasti orchestrali di Dr. Buzzard's Original Savannah Band, e portò in dote quella lezione: gli archi, i fiati, l'eleganza da big band applicata a un groove che pescava senza vergogna nel funk, nel calypso, nella disco e nel latin più solare. Il risultato non era un pastiche, ma un cocktail preciso, shakerato con mestiere, capace di far ballare senza mai rinunciare all'ironia del racconto.

"Stool Pigeon" 

è forse il brano che meglio racchiude questa alchimia: un funk scattante, a tratti spavaldo, costruito su un basso che cammina e un arrangiamento a fiati che punzecchia come una banda di paese impazzita. Il testo, con quel suo vocabolario da gangster movie in miniatura, racconta la storia di un delatore, di un tradimento da saldare, ma lo fa con la leggerezza di chi sa che la pista da ballo perdona tutto, anche i conti in sospeso tra amici. È pop drammaturgico, teatro da tre minuti e mezzo, ed è per questo che ha attraversato indenne quattro decenni, sopravvivendo alle mode che lo avevano generato.
Perché la storia di Kid Creole non si è chiusa negli anni Ottanta, come capitò a tanti compagni di quella stagione. Darnell ha continuato a incidere, a reinventare il personaggio, a portarlo in tour in Europa, dove peraltro trovò sempre un pubblico più fedele che in patria. Ancora oggi, risulta attivo sui palchi, ultimo sopravvissuto di un'idea di spettacolo in cui la musica nera d'America si mescolava senza complessi al varietà, al cabaret, alla rivista. Un barone decaduto solo nella finzione del suo personaggio: nella realtà, un sopravvissuto elegantissimo.





martedì 21 luglio 2026

GANZIRRI, IL DEGRADO NON È UNA PENA ETERNA



 Mentre il Comune apre con generosità il nuovo Lungolago, i vandali rispondono di notte con pneumatici, batterie e sacchetti di rifiuti tra gli oleandri della Riserva.

Non c'è buona volontà amministrativa che regga all'urto della maleducazione organizzata. Il Comune ha scelto, giustamente, di non trasformare il Lungolago di Ganzirri in una gabbia di cantiere nel pieno dell'estate: una decisione di buon senso, quasi di galateo civico verso turisti e residenti. Ma il buon senso, si sa, è merce rara quanto il senso civico, e chi non ne possiede si è affrettato a colmare il vuoto con pneumatici tra gli oleandri, batterie d'auto abbandonate, sacchetti di escrementi lasciati fuori dai cassonetti come firme di un'inciviltà quasi ostentata. È il solito paradosso italiano: si apre una porta per fiducia, e qualcuno ne approfitta per gettarci dentro la spazzatura.

Eppure altrove il problema si affronta con soluzioni minime, quasi artigianali, ma efficaci. A Bologna gli "Angeli del Bello" - volontari che segnalano e ripuliscono - costano solo il coordinamento di un ufficio comunale. Milano ha piazzato fototrappole economiche nei parchi più bersagliati, con effetto deterrente immediato appena si diffonde la notizia dei primi verbali. In Slovenia, lungo i percorsi ciclabili di Lubiana, bastano cartelli con QR code per segnalare in tempo reale abbandoni e danni, scavalcando la burocrazia del reclamo cartaceo. Copenaghen, maestra di piste ciclabili, punta su illuminazione minima ma costante e su una manutenzione visibile: un'area curata scoraggia l'abbandono più di mille divieti. Anche un semplice patto di "adozione" del tratto con le associazioni locali - modello già sperimentato in diverse città medie italiane - sposta il senso di proprietà dal Comune ai cittadini, e chi si sente proprietario raramente sporca casa propria. Nulla di questo richiede voli pindarici di bilancio: bastano una fototrappola, un QR code, un cartello pungente e qualche volontario di buona volontà. Il resto, a Ganzirri come altrove, è questione di cultura,  e quella, purtroppo, non si acquista a bando di gara. ♓


IL GIORNO DOPO L'INTERROGAZIONE

 


Chiedere è lecito, rispondere è cortesia. Ma tra i due gesti la città continua a soffocare al sole.

L'interrogazione di Alessandro Russo è ineccepibile, di quelle che si scrivono bene nei manuali di diritto amministrativo: cita il fondo, cita la determina, cita la legge di stabilità. Il sindaco Basile risponderà, probabilmente con una tabella di accessi e perlustrazioni, e la macchina burocratica avrà fatto il suo dovere. Ma la domanda vera non è "funziona il servizio?": è "che cosa facciamo un minuto dopo aver scoperto che non funziona abbastanza?". Su questo il consigliere tace, e il silenzio, in politica, è spesso la parte più costosa del discorso. Eppure non serve inventare nulla: basta guardarsi intorno, rubacchiare con metodo alle città che il problema l'hanno affrontato senza miliardi.

Bologna ha attivato una rete di "punti d'acqua" nei bar e negli esercizi commerciali del centro, che si impegnano gratuitamente a dissetare chiunque bussi: un adesivo in vetrina, zero euro di spesa comunale. Milano, col suo Piano Caldo, ha semplicemente allungato gli orari di apertura di biblioteche e centri civici già esistenti, trasformandoli in rifugi climatizzati senza costruire nulla. Torino coinvolge le farmacie comunali come sentinelle sociali: segnalano al numero verde chi mostra segni di sofferenza da calore, mestiere che i farmacisti già fanno per la salute e potrebbero fare, con un protocollo di dieci righe, anche per la dignità.


A Messina basterebbe poco. Le chiese e le parrocchie, che di solidarietà vivono da sempre, potrebbero diventare presìdi diurni concordati con la Curia: non un euro, una telefonata all'Arcivescovado. I vigili urbani, che già pattugliano piazza Cairoli per altre ragioni, potrebbero portare con sé non manganelli ma bottiglie d'acqua e un numero da chiamare: cambia il protocollo, non il bilancio. Le fontanelle pubbliche, spesso chiuse per presunto risparmio, andrebbero riaperte: costano meno di una multa europea per trattamento inumano. E poi la Caritas, che a Messina un censimento dei senza fissa dimora lo tiene già: incrociarlo con l'Unità di strada comunale non richiede software, richiede volontà, e un tavolo che si sieda una volta al mese invece che una volta all'anno.

Nessuna di queste misure chiede una variazione di bilancio. Chiedono solo che qualcuno, oltre a interrogare, decida di rispondersi da solo. Il Pd ha fatto la sua parte con l'atto ispettivo; ora tocca alla politica, quella vera, che si scrive con le mani e non solo con i protocolli. 


IL GIUSTIZIERE DELLA GRINZANE

 CORSIVO 


Il caso Roggero, da tragedia a farsa, ha riattivato il partito dei “venticelli”: gli esperti del nulla che, come nel poliziottesco pecoreccio anni Settanta, scambiano la giustizia per un film di Er Monnezza e la realtà per il loro bar sport digitale.  

Negli anni Settanta, uno come Mario Roggero avrebbe avuto la faccia scolpita di Charles Bronson e il cipiglio di chi, al bar, ascolta Er Monnezza filosofeggiare sulla legge mentre Bombolo-Venticello - quello che parlava a raffica e scoreggiava a tempo - spiegava il diritto penale come fosse la ricetta della carbonara. Oggi, invece, Roggero non ispira film: ispira thread Facebook, che è il poliziottesco dei poveri, dove gli avventori non hanno neanche bisogno di Bombolo per dire sciocchezze, gli basta la connessione. Il gioielliere di Grinzane Cavour, due morti e un ferito durante una rapina, è diventato il nuovo santo laico della destra securitaria: patrono dei “meglio Far West che processo”, protettore dei talk show, martire della legittima difesa “a sentimento”. Una beatificazione istantanea, con tanto di raccolte fondi, petizioni e suppliche al Quirinale, come se la grazia fosse un gratta e vinci.

Il copione è sempre quello: il cittadino esasperato, la legge che “non ti tutela”, la maggioranza silenziosa che mugugna come Bombolo quando gli rubano il motorino. E poi loro: i nuovi caratteristi del poliziottesco politico — Vannacci, Salvini, e in ultimo la premier Meloni — che rincorrono il caso Roggero come fosse un reboot di “Roma a mano armata”. La trama è semplice: trasformare un fatto tragico in un gadget identitario, un’icona da merchandising politico. Non importa che lo Stato di diritto dica altro: basta che la pancia dica “spara, Mario, spara”. E la pancia, si sa, non è mai stata un organo particolarmente raffinato. Chissà che qualche regista non ci stia già pensando: “Grinzane Cavour: la legge non basta”. Con Tarantino che strizza l’occhio e Tomas Milian che, dall’alto, scuote la testa: “A regà, ma davvero ve siete ridotti a fa’ i poliziotteschi su TikTok?”

sabato 18 luglio 2026

LETTERA APERTA A UN GIOIELLIERE CHE SI CREDE STATISTA

 CORSIVO


Caro gioielliere,

mi permetta di chiamarla così, con affetto quasi paesano, visto che ormai la conosce meglio di noi anche chi non ha mai comprato un anello in vita sua. Lei si è costituito, l'altro giorno, con l'aria di chi rende un favore allo Stato più che riceverne una condanna. Bel gesto. Quasi commovente, se non fosse che nel mezzo ci sono due uomini morti, dei quali, mi corregga se sbaglio, si parla ormai meno di quanto si parli della sua, di coscienza.

Già, la coscienza. Lei ce l'ha a posto, dice. E fin qui, sia chiaro, nessuno le contesta il diritto di dormire sonni tranquilli: è una faccenda privata, tra lei e il cuscino. Il problema nasce quando la coscienza privata pretende di dare lezioni alla coscienza pubblica, e si permette - le do atto, con un coraggio che ai tempi nostri chiameremmo sfrontatezza - di suggerire al Capo dello Stato dove mettere la mano. Ai miei tempi, per molto meno, si finiva sui libri di storia come esempio di cattiva educazione istituzionale. Ai tempi suoi, pare, si finisce candidati.

E che schiera, caro gioielliere, che ha saputo mettere insieme! C'è chi la difende parlando d'altro, con quella prudenza tipica di chi vuole il vantaggio senza la responsabilità. C'è chi vorrebbe portarla in lista, come si porta un trofeo di caccia. C'è perfino un sottosegretario alla Giustizia - alla Giustizia, si badi - che invece di occuparsi della sua condanna si occupa di rimproverare chi gliela ricorda. Fossi in lei, un pensierino sulla Provvidenza me lo farei: raramente un condannato ha trovato tanti avvocati gratuiti e così ben pettinati.

Il Quirinale, nel frattempo, ha fatto una cosa che ai suoi sostenitori sembra un affronto e a me sembra, semplicemente, il suo mestiere: ha chiesto di vedere le carte prima di firmare. Lei la chiama ostruzione. Io, che sono vecchio e affezionato alle parole vecchie, la chiamo ancora Costituzione.

Suo, Ponzio Aquila.


giovedì 16 luglio 2026

PAOLO BORSELLINO

 19 LUGLIO 

  • Agostino Catalano
  • Walter Eddie Cosina
  • Vincenzo Li Muli
  • Claudio Traina
  • Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio) 


mercoledì 15 luglio 2026

PALERMO E LA REPUBBLICA DEI GRADI DI PERICOLO

 


Palermo ventiquattresima in classifica, prima nei pensieri della premier: la geografia del rischio secondo Palazzo Chigi.

Palermo trema, dunque, e la premier vola giù a portare la buona novella: arriva l'Esercito. Non i vigili, non gli assistenti sociali, non un piano per i quartieri dimenticati: le mostrine. È la vecchia liturgia italiana, quella per cui un problema si misura non in cause ma in decibel, e la sicurezza si fabbrica meglio con una foto in divisa che con un bilancio comunale. Peccato che la classifica, quella vera, dica altro: Palermo sta ventiquattresima, migliorata di tre posti sull'anno prima. Ma si sa, ai piani alti la statistica è come l'oroscopo: si consulta solo se conferma quel che si voleva dire comunque.

E allora la domanda, cara Presidente, sorge spontanea come le primule a marzo: se il ventiquattresimo posto di Palermo merita le camionette, che si farà con chi sta peggio? Manderemo i caschi blu a Milano, che il primato nero se lo tiene da anni con signorile costanza? O forse no: perché il Nord si racconta diversamente, con pudore, mentre Palermo resta il palcoscenico ideale per il repertorio delle grandi rassicurazioni muscolari. Nel frattempo i furti d'auto crescono ovunque, ma quello non fa notizia: non si vede, non si fotografa, non si sfila. Governare per simboli costa meno che governare per numeri e, infatti, ça va sans dire, si preferisce sempre il primo mestiere.


TERRA SOSPETTA, MARE SOSPETTO: SUL CAMPO SPORTIVO C'È LA NOTIZIA, C'È L'IPOTESI DI REATO, MA NESSUNO SE NE CURA.

 


Liquami che non risparmiano nessuno, arsenico che resta sospeso: ad Alì Terme il mare e la terra pongono le stesse domande.


Il mare, si sa, non porta soltanto le correnti: porta anche le responsabilità, e a quanto pare le deposita sempre altrove. Le scie di liquami avvistate nelle acque di Nizza di Sicilia non risparmiano i Comuni limitrofi, Alì Terme compreso, dal momento che il depuratore consortile di contrada Piana serve proprio i tre centri insieme. Il sindaco nizzardo Briguglio ha già la spiegazione pronta: non siamo noi, sono le correnti marine, l'impianto funziona, l'Asp è stata allertata. Restano, sullo sfondo, un depuratore degli anni Ottanta e un finanziamento regionale di oltre quattro milioni di euro che, tra gare d'appalto e buone intenzioni, promette lavori concreti non prima di ottobre mentre l'estate, con il suo carico di bagnanti, non aspetta i cronoprogrammi.

Ma è proprio ad Alì Terme che la vicenda si sdoppia e perde ogni tono bonario: al sospetto sulle acque si affianca quello, ben più serio, sulla terra. Sull'area dell'ex campo sportivo è stata rimossa terra sospetta di contaminazione da arsenico, in un silenzio istituzionale interrotto solo da un'ordinanza di divieto d'accesso e da un post del sindaco che ne rivendica l'esistenza mentre l'area resta, di fatto, terreno di passaggio quotidiano per chi vi ormeggia barche e vi lavora. Se davvero siamo di fronte a una notizia di reato, come sembra suggerire la stessa reiterazione del divieto, resta da capire perché articoli di stampa, interrogazioni consiliari e mesi di attenzione pubblica non abbiano ancora prodotto un fascicolo, un'indagine, una risposta da parte delle autorità competenti. Il mare, come le coscienze, ha una capacità sorprendente di restituire tutto, prima o poi. ♓

martedì 14 luglio 2026

La prevenzione , purtroppo , è diventata una roba da ricchi



di AG Rizzo * 

 Ci diciamo sempre che "la salute non ha prezzo". 

Una frase bellissima, perfetta per le frasi dei baci perugina , che però si infrange rovinosamente contro la vetrata di un Cup o lo schermo del bancomat. 

Perché la verità, cruda e spietata, è che nel 2024 la prevenzione oncologica in Italia ha un prezzo eccome. E milioni di italiani non possono più permetterselo.


Parliamo di numeri, quelli che fanno male. L'anno scorso, oltre 7,6 milioni di persone sono rimaste tagliate fuori dai programmi di screening oncologico "gratuiti" del nostro caro Servizio Sanitario Nazionale. 


“ Gratuiti", esatto. 

Quel concetto stupendo per cui lo Stato ti invita a fare un controllo salvavita, ma poi, tra liste d'attesa bibliche e disorganizzazione, ti costringe implicitamente a strisciare la carta di credito nel settore privato. O peggio, a rinunciare.


E a furia di rinunciare, il conto si paga in vite umane. 

Il bilancio di questa disfatta silenziosa è pesantissimo: oltre 50.300 tumori e lesioni pre-cancerose sono passati inosservati


Più di cinquantamila bombe a orologeria che i programmi organizzati avrebbero potuto intercettare e disinnescare in tempo, permettendo cure tempestive, meno invasive, salvifiche. Invece, chiudendo i consultori o allungando i tempi, abbiamo semplicemente lasciato che il tempo giocasse a favore del cancro.

L'analisi della Fondazione GIMBE ci sbatte in faccia un'Italia spaccata. 

Una Repubblica fondata sul "dipende da dove nasci", con un Mezzogiorno lasciato in affanno cronico. 

L'articolo 32 della Costituzione, quello che tutela la salute come "fondamentale diritto", evidentemente in certe Regioni è considerato solo un cordiale suggerimento.

Ma c'è un altro dato che brucia ed è la scarsissima adesione. 

Si presenta ai controlli solo una persona su due per gli screening della mammella e della cervice uterina, e addirittura una su tre per il colon-retto.

Perché la gente non ci va? Disinformazione? Paura? Certo. 

Ma c'è un elefante nella stanza di cui la politica non ama parlare ed è l'angoscia economica

Quando lottare per arrivare a fine mese è il tuo lavoro a tempo pieno, la prevenzione diventa un lusso mentale e materiale. Subentra un pensiero strisciante e amaro: "Se mi trovano qualcosa, poi come faccio? Chi mi paga se perdo giorni di lavoro? 

Come mi pago la risonanza di controllo che l'SSN mi fisserà nel duemilamai?"

È qui che il dito puntato contro "chi non si fa controllare" deve abbassarsi. 

Non possiamo fare la morale sulle mancate diagnosi senza vedere le macerie sociali in cui le persone sopravvivono. 

Non si può chiedere a una persona che affoga nei debiti di preoccuparsi di prenotare la mammografia.

Ammalarsi non può diventare una colpa per chi non ha i soldi per prevenire, né salvarsi la vita può dipendere dal CAP di residenza o dalla fascia ISEE. 

Abbiamo almeno 50.300 motivi per indignarci, e 7,6 milioni di persone a cui un Paese civile dovrebbe, prima di tutto, chiedere scusa.


*


MONTI SMONTA VANNACCI A MANI NUDE

  A Cernobbio il vecchio professore sfida il generale, e vince senza alzare la voce. A Cernobbio si è consumato uno di quei confronti che ra...