Strategia elettorale del candidato
Sulle bacheche di Facebook e nei gruppi WhatsApp, la narrazione digitale trasforma il vicino di casa in un nemico pubblico o in un messia.
La tecnica è sottile, si lanciano "esche" fatte di mezze verità o screenshot decontestualizzati.
L'algoritmo dei social aggrega i sostenitori dello stesso candidato, creando una bolla dove la bugia viene validata dal "mi piace" del cugino o dell’amico d’infanzia.
Non si contesta più il programma, ma si attacca la moralità privata.
Un post anonimo o un profilo fake possono innalzare lo scontro e demonizzare l’avversario e dipingerlo quasi come un delinquente abituale .
La narrazione digitale ha esasperato l'ipocrisia del consenso.
Se in piazza si mantiene una facciata di cortesia (il classico "rispetto" siciliano), online si scatena la guerriglia.
Questo sdoppiamento crea un clima di paranoia, laddove il candidato non sa più se il "like" ricevuto sia sincero o una strategia di spionaggio del clan avversario.
La vera mistificazione digitale sta nel far passare l'interesse privato per una battaglia di libertà.
Il post "indignato" per una buca o un lampione spento è quasi sempre il paravento per un favore negato o una pretesa non soddisfatta.
Le promesse non vengono più sussurrate solo all'orecchio, ma viaggiano su vocali di WhatsApp che diventano virali.
Il piccolo cabotaggio si modernizza. Si promettono attenzioni digitali, visibilità o si alimentano paure collettive create ad arte.
Il risultato è una democrazia ridotta a uno scontro tra tifoserie digitali, dove lo sviluppo del territorio resta una voce fuori campo, spenta dal rumore di fondo di notifiche e insulti.
Il rischio più grande è l'assuefazione.
Crescere in un ambiente dove la mistificazione ha sempre la meglio sulla verità porta i giovani a credere che l'opportunismo sia l'unica forma di intelligenza possibile.
Si cristallizza l'idea che per ottenere un diritto si debba passare per un favore, mediato da un post o da un silenzio compiacente sui social.
Invece di essere il motore del cambiamento, la narrazione digitale nei piccoli centri rischia di diventare la gabbia dorata che trattiene i giovani in un eterno presente, dove cambiano le piattaforme (da Facebook a TikTok o Telegram), ma non cambiano i padroni del vapore.
Esiste però un'altra faccia della medaglia. Una parte della gioventù viene arruolata come "fanteria digitale" dai candidati più anziani.
Questi giovani diventano i gestori delle pagine social, i creatori di meme denigratori o i diffusori di messaggi vocali manipolatori.
Per molti giovani, la narrazione digitale fatta di colpi bassi e ipocrisie produce un effetto di rigetto.
Vedere la bacheca Facebook del proprio paese trasformata in un ring di bassissimo profilo porta a una conclusione cinica: "La politica è una cosa sporca".
L’astensionismo consapevole non è pigrizia, ma una scelta di igiene mentale.
Il giovane elettore percepisce che il dibattito non riguarda il suo futuro (lavoro, infrastrutture, innovazione), ma la spartizione di piccoli residui di potere locale.
Chi ha competenze e sogni, spesso , smette di lottare localmente e cerca di andare altrove. La psicologia del "piccolo cabotaggio" soffoca il merito, spingendo le menti migliori a cercare contesti dove il programma conti più del cognome.
La contronarrazione deve trasformare la trasparenza in un atto rivoluzionario e la competenza in un elemento di fascino, quasi "pop".
Invece di assoldare "picciotti digitali", bisogna creare una rete di volontari entusiasti.
Persone che non diffondono fango, ma condividono speranza.
La forza di un messaggio autentico è che non ha bisogno di essere spinto da profili fake;
Il messaggio autentico si muove sulla fiducia reale tra le persone.

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