di AG Rizzo*
C’è una cifra che colpisce più delle altre: 86 milioni di euro. È quanto viene sottratto al Ministero della Salute per contribuire a finanziare il taglio delle accise sui carburanti. Una misura pensata per alleggerire il peso dei rincari su cittadini e imprese, travolti dagli effetti della crisi internazionale e dall’instabilità legata alla guerra. Ma il conto, ancora una volta, arriva altrove.
Arriva negli ospedali, nei servizi territoriali, nelle liste d’attesa già troppo lunghe. Arriva su un sistema sanitario che da anni cerca di reggere tra carenze di personale, risorse limitate e bisogni in crescita. Non è solo una questione di numeri: è una scelta che incide sulla vita quotidiana delle persone, soprattutto di quelle più fragili.
Il decreto parla chiaro: per coprire oltre 527 milioni di euro si ricorre a tagli lineari ai ministeri. E tra questi, uno dei più colpiti è proprio quello della Salute. Una decisione che solleva interrogativi inevitabili. È giusto chiedere alla sanità di farsi carico, ancora una volta, delle emergenze economiche e geopolitiche?
La guerra, anche se lontana, entra così nelle corsie degli ospedali. Non con il rumore delle armi, ma con quello più silenzioso dei bilanci ridotti. E mentre si cerca di contenere il costo della benzina, cresce il rischio di aumentare quello, ben più profondo, pagato in termini di cure, prevenzione e diritto alla salute.



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