Il V-Dem Institute di Göteborg ci promuove al rango di democrazia in declino. Applausi, prego.
Le classifiche internazionali sono come certi buffet istituzionali: sembrano ricchi, ordinati, scientifici — e invece sotto la glassa traspare sempre il gusto di chi ha cucinato. Un retrogusto culturale, una spruzzata di superiorità morale, e quel pizzico di arroganza accademica che non manca mai. L’Italia, naturalmente, paga il conto: qualche pregiudizio di troppo, servito freddo. Tra queste graduatorie, spicca il rapporto del V-Dem Institute di Göteborg — una macchina da guerra statistica con migliaia di ricercatori, milioni di dati, centinaia di parametri. Numeri talmente imponenti da suggerire una verità semplice: se non ci piacciono, è colpa loro. Se fossimo un Paese normale — cioè uno che si preoccupa più della propria salute che della propria immagine — discuteremmo seriamente di quei dati. Ma noi preferiamo l’eleganza dell’indifferenza. O, meglio, la consolazione del sospetto: saranno prevenuti, saranno nordici, saranno noiosi.
E così archiviamo con un’alzata di spalle il fatto che gli Stati Uniti di Donald Trump non siano più considerati una “democrazia liberale”, ma una più modesta “democrazia elettorale”. Un downgrade che li riporta al 1965: mezzo secolo evaporato in un tweet lungo quattro anni. Orbán, per ottenere un risultato simile, ci aveva messo più tempo. Ma si sa, l’innovazione americana corre. Nel club del peggioramento troviamo anche Erdoğan, Vučić, Modi: una compagnia che non invita esattamente all’ottimismo. E poi ci siamo noi, naturalmente — perché quando c’è da scendere in classifica, l’Italia non si tira mai indietro. Trentassettesimo posto, con un declino avviato da anni e una recente accelerazione degna di un Paese che ha deciso di fare sul serio.
I motivi? Sciocchezze tecniche: indebolimento dello stato di diritto, insofferenza per la separazione dei poteri, allergia alla stampa libera. Dettagli, quisquilie da laboratorio svedese.
E infatti la reazione è quella più rassicurante: non discuterne affatto. Del resto, cosa volete che siano 4.200 ricercatori sparsi in 180 Paesi, con 32 milioni di dati raccolti? Una congiura ben organizzata, evidentemente.
Meglio continuare così. Con disciplina. Con coerenza. Con quella ostinata, elegante determinazione a non capire che il problema siamo noi.

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