Una libertà mai compiuta.
La Festa della Liberazione, in Messina e in Sicilia, ha un andamento irregolare. Ufficialmente cade il 25 aprile. Storicamente, preferisce non cadere affatto. Si distribuisce nel tempo, come certe verità scomode che non trovano un giorno adatto per essere celebrate. Altrove la Liberazione è un fatto. Qui è una questione. Nel 1922, quando il Fascismo prende il potere, la Sicilia è già in ritardo: redditi inferiori di circa il 50% rispetto al Nord, oltre il 60% della popolazione attiva in agricoltura, analfabetismo che in molte aree supera il 40%. Non è un Paese da conquistare: è una realtà da amministrare. Il regime promette ordine. Si dice che le porte restassero aperte. Una sicurezza, si capisce, più statistica che sostanziale.
Nelle campagne, l’ordine ha già i suoi custodi. Non servono sempre le camicie nere: bastano i campieri, le reti locali, una disciplina senza uniforme. Il fascismo, in Sicilia, più che imporsi, si adatta.
Poi arriva la guerra, che ha il pregio di non mentire.
Nel 1943, con l’Operazione Husky, la Sicilia è il primo pezzo d’Italia a uscire dal regime. Messina viene distrutta: bombardamenti, infrastrutture annientate, economia azzerata. La liberazione arriva, ma trova poco da liberare se non le macerie.
Nel frattempo, mentre al Nord si costruisce la mitologia della Resistenza, qui la transizione è più sobria, quasi amministrativa. Figure come Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo, mafiosi della Sicilia centro occidentale si fanno garanti di un credito patriottico mai oisseduto e trattano e guidono l'esercito americano nella sua marcia di conquista verso il resto d'Italia mostrando una notevole capacità di adattamento. Cambiano i governi, non sempre i mediatori.
La vera data sparyiacue drlla liberazione siciliana arriva dopo, come spesso accade nelle storie italiane. Il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, i contadini festeggiano e vengono uccisi. La Strage di Portella della Ginestra non è solo una strage: è un chiarimento. La libertà politica non coincide automaticamente con la giustizia sociale. È, se si vuole, la prima nota a piè di pagina della Repubblica.
Da quel momento, il calendario siciliano della Liberazione resta aperto.
I dati, come sempre, sono meno retorici delle celebrazioni: disoccupazione alta, redditi persistentemente inferiori alla media nazionale, emigrazione di massa per decenni. La libertà, per molti, coincide con la possibilità di partire. Non esattamente ciò che si intendeva nel 1945.
E tuttavia, sarebbe un errore fermarsi alla diagnosi. La Sicilia ha una forma di resistenza meno appariscente, più lenta, quasi ostinata. Non produce epopee, ma continuità. Non proclama, ma persiste. È una libertà che non si dichiara, si misura.
Così, ogni 25 aprile, mentre il Paese celebra, l’isola riflette.
Non tanto su quando sia avvenuta la Liberazione,
ma su quanto, davvero, sia stata realizzata. ♓

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