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martedì 7 aprile 2026

ISRAELE E IL FASCISMO KOSHER



 F. A. 

Ben Gvir non è un'anomalia: è il punto d'arrivo.


C'era una volta un rabbino di Brooklyn, Meir Kahane, che fondò in America una lega di difesa ebraica specializzata nella difesa a botte, poi emigrò in Israele dove creò il partito Kach — razzista, antidemocratico, antipalestinese — e riuscì a farsi eleggere alla Knesset nel 1983. I colleghi più presentabili uscivano dall'aula quando parlava. 

Nel 1984 fu espulso per legge. Nel 1990 fu assassinato a New York. Nel 1994 il suo discepolo Baruch Goldstein massacrò ventinove palestinesi in preghiera a Hebron; il Kach fu sciolto come organizzazione terroristica.

Fine della storia. O così sembrava.

Uno dei giovani ammiratori di Kahane si chiamava Itamar Ben Gvir. Da adolescente rubò lo stemma dall'auto del premier Rabin e disse in tv: «Siamo arrivati alla tua macchina, arriveremo anche a te». Profezia puntuale. Troppo estremista perfino per l'esercito israeliano, arrestato più volte, quasi mai condannato, Ben Gvir è oggi ministro della Sicurezza nazionale nel governo Netanyahu, patrocina la legge sulla pena di morte, scorrazza nelle carceri insultando i detenuti, arma reparti di polizia scelti tra estremisti. Stappa lo champagne all'idea di poter impiccare legalmente i palestinesi.

Netanyahu lo ha messo lì perché non riusciva a fare un governo senza di lui. Ragione elettorale, si dice. Come se la ragione elettorale fosse una risposta accettabile alla domanda: perché hai affidato la sicurezza dello Stato agli eredi di un partito sciolto per terrorismo?

Nel 1982, dopo Sabra e Chatila, Sharon si dimise e Begin cadde in depressione. 

Qualcosa, allora, ancora funzionava. Oggi quella stessa destra ha percorso un'evoluzione silenziosa e coerente fino al punto in cui chi onorava Kahane decide delle leggi. Chiamarla rivoluzione kahanista è, in fondo, un eufemismo.un momento in cui le ipocrisie smettono di reggere il peso che portano. 

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