di F.AVA
Il mondo come bottino: quando la diplomazia lascia il posto al sequestro.
C'è un momento in cui la retorica smette di essere strumento e diventa sostanza. Trump ha raggiunto quel momento con la disinvoltura di chi non ha mai distinto tra l'una e l'altra cosa. Dopo il naufragio dei colloqui di Islamabad — ventuno ore, Vance e Kushner a fare da spallieri, una delegazione iraniana a fare da muro — il presidente ha annunciato che gli Stati Uniti "sigilleranno" lo Stretto di Hormuz. Non una minaccia: una dichiarazione di principio, affidata ai social con la naturalezza con cui si prenota un tavolo al ristorante.
La novità non è la durezza del gesto, ma la sua qualità morale. Bloccare Hormuz significa colpire il punto dove il mondo è più esposto: il passaggio da cui transitano oceani di greggio, e dal cui funzionamento dipendono economie che con questa guerra non hanno nulla a che fare. I futures sul petrolio segnano già un rialzo del trenta per cento; alcuni carichi superano i centoquaranta dollari al barile. Il mercato incorpora il rischio, come sempre fa con i disastri annunciati. Trump ha anche dichiarato di volersi appropriare del petrolio delle navi sequestrate, per poi rivenderlo. È qui che "pirateria" cessa di essere una provocazione e diventa categoria politica.
Lo Stato più potente della terra che usa la forza navale per decidere chi passa e a quale prezzo: non è deterrenza, non è embargo, è predazione. Certi vizi, a farli in grande, diventano virtù di governo. Islamabad non ha chiarito nulla: ha reso visibili distanze che nessuna delle parti aveva intenzione di colmare. Quello che era una guerra regionale è diventato una contesa sul controllo delle arterie del commercio mondiale. Il mare come spazio conteso, la merce come arma, la navigazione come ricatto. Per il resto del mondo resta una scoperta amara: che l'ordine internazionale può essere piegato con un post sui social da un uomo che non distingue tra una trattativa e una rapina.

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