F. A.
Trump scopre che certe battaglie si perdono anche vincendole.
C'è un momento preciso in cui un presidente americano smette di fare la guerra e inizia a spiegarla. Donald Trump lo ha raggiunto su Truth, con un consiglio agli alleati sullo Stretto di Hormuz che vale come epitaffio dell'intera operazione Epic Fury: «Andate nello stretto, prendetevelo e basta». Tradotto: arrangiatevi. La guerra in Iran ha prodotto fin qui un cambio di regime che non ha cambiato niente: alla Guida suprema Khamenei è succeduto un altro Khamenei, il figlio Mojtaba. I pasdaran controllano ancora il territorio, i missili continuano a cadere nella regione, una petroliera kuwaitiana con 800mila barili è andata in fiamme nel porto di Dubai, e lo Stretto rimane chiuso — ora con pedaggio, per iniziativa del Parlamento di Teheran, che ha trasformato il blocco in dogana. L'uranio arricchito, obiettivo dichiarato dell'operazione, è «sepolto così in profondità che sarà molto difficile rimuoverlo», ammette Trump, dimenticando di aver sostenuto il contrario fino a ieri.
Pete Hegseth ricompare in conferenza stampa dopo due settimane di silenzio per annunciare che «i prossimi giorni sono decisivi» — formula che, applicata ogni settimana, perde progressivamente di significato. «Nel frattempo negozieremo con le bombe», aggiunge, con la disinvoltura lessicale di chi confonde la diplomazia con l'artiglieria. Francia e Gran Bretagna si sono rifiutate di partecipare alle operazioni; Spagna e Italia hanno negato le basi. «Ce ne ricorderemo», avverte Trump, collezionando nemici con la stessa energia con cui un tempo collezionava alleati. La Nato «è terribile, tutti sono terribili»: un'analisi geopolitica che Milton Friedman avrebbe forse riformulato diversamente. Il prezzo reale della guerra si misura al distributore: il petrolio ha riportato la benzina americana a 4 dollari al gallone, soglia psicologica che nel 2022 contribuì all'erosione del consenso democratico e che ora minaccia quello repubblicano. La Casa Bianca rassicura che i prezzi «torneranno ai livelli più bassi» a conflitto concluso. Il problema è che il conflitto non si conclude.
E nel frattempo l'Onu avverte che la crisi energetica potrebbe contrarre le economie arabe del sei per cento — danni collaterali che nessuna conferenza stampa del Pentagono saprà risarcire. Resta la domanda che Washington fatica a formulare: come si esce da una guerra che non si può vincere senza sembrare di averla persa? Trump ha già la risposta, anche se non la pronuncia ancora: si scaricano le grane sugli alleati, si dichiara la vittoria e si cambia argomento. Non sarebbe la prima volta. Ma stavolta lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso, l'ayatollah avrà un erede, e qualcuno dovrà pur pagare il conto. Probabilmente, come sempre, chi non era seduto al tavolo quando le decisioni venivano prese.

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