Quasi quattro anni al governo, e Giorgia Meloni parla ancora come se il potere fosse degli altri: nel mondo in fiamme, la pontiera non trova di meglio che fare la caposezione.
Vi sono momenti, nella storia delle democrazie, in cui l'osservatore attento è colto da una vertigine sottile: non quella dell'abisso, bensì quella del restringimento. Come se le pareti del palazzo del potere si fossero messe d'accordo per avvicinarsi, lentamente, con la discrezione propria dei mobili di buona manifattura. Così accade che la presidente del Consiglio della settima potenza mondiale si presenti al Parlamento in fiamme del pianeta per dispensare, con la gravità di chi porta il peso dell'orbe terracqueo sulle spalle, una serie di stoccate all'opposizione di un'eleganza inversamente proporzionale alla situazione. «Vi vedo nervosi», ha ammonito la premier, con quella formula che avrebbe fatto onore a un caposezione impegnato a rimproverare i colleghi per il cattivo uso della macchinetta del caffè. Il mondo bruciava; lei contava i punti. Fuori, i dazi di Trump tartassavano il manifatturiero europeo e le cancellerie si interrogavano sul senso di tutto; dentro Montecitorio, Meloni spiegava che non ha nulla da imparare da chi scarcerava i boss con la scusa del Covid.
C'è in questa postura qualcosa di ostinatamente provinciale che merita attenzione scientifica. Quasi quattro anni al governo, e la premier comunica ancora come se la stanza dei bottoni fosse occupata da altri, i bottoni fossero rotti e lei fosse l'unica, eroica, a denunciarne il malfunzionamento. Nei talk show i suoi chiedono più sicurezza, meno immigrazione, pensioni più alte, fisco più basso — dimentichi, con una disinvoltura che rasenta il genio, di essere precisamente coloro che potrebbero muovere qualche leva in proposito. Il doppio binario funziona: governare come se si fosse all'opposizione possiede una sua perversa efficacia, specie quando le opposizioni si dedicano con tale applicazione a non assomigliare nemmeno lontanamente a un'alternativa.
Venendo alla geopolitica — capitolo nel quale la premier aveva costruito la sua reputazione di «pontiera» — bisogna riconoscere che il ponte si è rivelato di dimensioni inadeguate al mare sottostante. Con Washington non si può rompere, perché Trump resta il faro ideologico della crociata anti-woke; ma qualcosa, nei dazi, bisognava pure borbottarlo, sottovoce, con la discrezione di chi critica il suocero perché abita al piano di sopra. Con Bruxelles si sta, ma fino a un certo punto: il Patto di stabilità non dev'essere un tabù, il Green Deal fa schifo — mentre il fedelissimo Borghi tifa affinché Trump «smantelli l'Unione». La solidità della leadership di Meloni è fuori discussione; è l'orizzonte che si è fatto, col tempo, sospettosamente corto. Un orizzonte che arriva appena fino all'opposizione da insultare, non abbastanza lontano da indicare una strada. Il mare è largo, il ponte è corto, e la pontiera guarda ancora dall'altra parte. ♓

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