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sabato 11 aprile 2026

CONTE, IL PRESTANOME REDENTO

 


Nel Pd c'è chi sogna di far fuori la Schlein per incoronare l'Avvocato del Popolo. Bettini, filosofo della resa, guida il coro.


Goffredo Bettini ha trovato la sua vocazione: consigliere spirituale di partiti altrui. Con la soavità di chi offre in dono la propria casa all'inquilino, suggerisce a Elly Schlein un gesto di «generosità»: farsi da parte per Conte. Il Conte, già Avvocato del Popolo, garante del Superbonus, presidente per chiunque glielo chiedesse con garbo, verrebbe catapultato alla guida senza scomodarsi a vincere nulla. La «generosità» come invenzione retorica supera la «dedizione» e il «senso dello Stato», formule già logore. Suona come un atto volontario. Un dono. 

Certe anime del Pd ragionano come se la fusione con i Cinque Stelle fosse già avvenuta — silenziosamente, come certi matrimoni tra parenti che nessuno ricorda di aver celebrato. In tale ottica Conte non è un esterno: è il candidato più presentabile di una famiglia litigiosa. L'uomo che imbriglierebbe il populismo di sinistra per battere quello di destra — col vantaggio che le cannonate in mezzo mondo favoriscono l'opposizione, mentre il governo ha abbracciato Trump proprio quando Trump spaventava persino i suoi. Tutto torna. Tranne il fatto che nessuno ha chiesto alla Schlein se gradisce il ruolo di Cenerentola illuminata.

E così il Pd, nell'ora in cui Meloni vacilla, riscopre il suo sport: l'autolesionismo. Le primarie aperte le vuole Conte, perché sa che bastano poche paginette generiche e poi via ai gazebo, dove il popolo decide — salvo scoprire che tale popolo è perlopiù composto da militanti del Movimento con ombrellino da campo. Nel frattempo Matteo Renzi, padre putativo di Silvia Salis, lavora di fioretto: una candidatura centrista che vale il dieci per cento, sufficiente a sottrarre voti alla Schlein e a rendere Conte premier per acclamazione. Dopodiché, a negoziare ci penserà lui. Come è ovvio. Come è sempre stato.


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