Nel Pd c'è chi sogna di far fuori la Schlein per incoronare l'Avvocato del Popolo. Bettini, filosofo della resa, guida il coro.
Goffredo Bettini ha trovato la sua vocazione: consigliere spirituale di partiti altrui. Con la soavità di chi offre in dono la propria casa all'inquilino, suggerisce a Elly Schlein un gesto di «generosità»: farsi da parte per Conte. Il Conte, già Avvocato del Popolo, garante del Superbonus, presidente per chiunque glielo chiedesse con garbo, verrebbe catapultato alla guida senza scomodarsi a vincere nulla. La «generosità» come invenzione retorica supera la «dedizione» e il «senso dello Stato», formule già logore. Suona come un atto volontario. Un dono.
Certe anime del Pd ragionano come se la fusione con i Cinque Stelle fosse già avvenuta — silenziosamente, come certi matrimoni tra parenti che nessuno ricorda di aver celebrato. In tale ottica Conte non è un esterno: è il candidato più presentabile di una famiglia litigiosa. L'uomo che imbriglierebbe il populismo di sinistra per battere quello di destra — col vantaggio che le cannonate in mezzo mondo favoriscono l'opposizione, mentre il governo ha abbracciato Trump proprio quando Trump spaventava persino i suoi. Tutto torna. Tranne il fatto che nessuno ha chiesto alla Schlein se gradisce il ruolo di Cenerentola illuminata.
E così il Pd, nell'ora in cui Meloni vacilla, riscopre il suo sport: l'autolesionismo. Le primarie aperte le vuole Conte, perché sa che bastano poche paginette generiche e poi via ai gazebo, dove il popolo decide — salvo scoprire che tale popolo è perlopiù composto da militanti del Movimento con ombrellino da campo. Nel frattempo Matteo Renzi, padre putativo di Silvia Salis, lavora di fioretto: una candidatura centrista che vale il dieci per cento, sufficiente a sottrarre voti alla Schlein e a rendere Conte premier per acclamazione. Dopodiché, a negoziare ci penserà lui. Come è ovvio. Come è sempre stato.

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