Il presidente Schifani replica il solito schema. E funziona, perché i siciliani lo lasciano fare.
C'è un copione che Renato Schifani replica con la puntualità di chi sa di poterselo permettere. Un vertice di due ore, una stretta di mano con i capigruppo, la promessa degli emendamenti territoriali — quelle che un tempo si chiamavano mancette senza troppi pudori — e la maggioranza rientra nei ranghi. Le spade rinfoderate. Fino alla prossima volta.
La domanda che vale la pena porsi non è perché Schifani usi questo metodo. La domanda è perché funzioni sempre. E la risposta, per quanto scomoda, è che funziona perché i siciliani — non tutti, ma abbastanza — lo apprezzano. O almeno lo tollerano. Lo scempio delle risorse pubbliche distribuito a pioggia sul territorio non scandalizza: seduce. Ogni deputato torna a casa con il suo stanziamento, ogni collegio ottiene il suo intervento, e il consenso si rinnova nel rito antico del favore elargito e ricevuto.
Quello che si chiama indignazione, in Sicilia, raramente è indignazione vera. È più spesso frustrazione da esclusione. Si combatte non il privilegio in sé, ma la propria estromissione dal privilegio. Chi è fuori dalla fila protesta. Chi entra, tace.
Schifani lo sa. E finché lo sa, il copione non cambierà. Cambieranno gli assessori, forse. Cambieranno i nomi sugli emendamenti. Ma il metodo resterà intatto, solido come una rendita. ♓

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