Trump, Meloni e Schlein: quando la storia chiede un cambio di copione.
C'è un momento in cui le circostanze costringono a fare i conti con se stessi. Donald Trump, con la sua follia progressiva e inesorabile, ha offerto a Giorgia Meloni un'opportunità che nessun avversario interno avrebbe mai potuto regalarle: scoprire che i falsi amici sono più insidiosi dei veri nemici. Shakespeare lo sapeva. Nel suo Enrico V — il re che sconfisse i francesi ad Azincourt contro ogni pronostico — c'è una lezione che la politica italiana farebbe bene a rileggere. Enrico non era soltanto un combattente. Era meditabondo, capace di teorizzare che il nemico va rispettato, non insultato. Che «quando la clemenza e la crudeltà si disputano un regno, è il giocatore più mite che vince più presto». Parole che suonano strane in un Parlamento abituato all'avversione come strumento del confronto.
Eppure qualcosa si è mosso. Schlein, prendendo le difese del governo sotto il tallone trumpiano, ha compiuto un gesto di cui è difficile ignorare la portata. C'è tutta l'astuzia della politica, certo. Ma anche il riconoscimento che sui grandi dossier planetari un minimo di fair play non è un lusso: è una necessità. Resta da vedere se Meloni saprà coglierlo. Archiviare i toni bellicosi di questi anni e indossare panni più istituzionali. È difficile che accada. Ma sarebbe bello se accadesse. Perché il governo, annotava Shakespeare, «si mantiene in un unico concerto, convergendo in un'armonia generale e naturale». Quella era la politica secondo Shakespeare. Non sembra proprio la nostra.
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