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giovedì 23 aprile 2026

L'AMBASCIATORE CHIAMATO PER UN GUITTO DA TALK SHOW


CORSIVO

 Tra insulti da propaganda e reazioni istituzionali sproporzionate, la politica italiana inciampa nel teatro della tv urlata.

Il copione è quello noto: Vladimir Solovyov, trombettiere televisivo del Cremlino, trasforma l’insulto in format e scende nel triviale contro Giorgia Meloni. Nulla di nuovo sotto i riflettori di Mosca, dove l’invettiva è linguaggio di sistema e non scivolone. Più interessante è il rimbalzo domestico: lo stesso Solovyov, volto familiare anche nei salotti più rumorosi di Mediaset, trova spazio nei talk di Rete 4, arene costruite sul conflitto permanente. Non è ispirazione: è importazione diretta di un tono, di un metodo, di un’idea di dibattito come ring.

Qui però la satira si ferma e comincia il problema. Perché quando la politica si nutre di queste piazze televisive, finisce per parlarne la lingua: semplificata, gridata, binaria. Un pubblico ampio e fedele — anziano, poco incline all’approfondimento, più spettatore che lettore — diventa il terreno perfetto per una narrazione senza sfumature. E così l’insulto estero non resta folklore: trova eco, si moltiplica, si legittima per riflesso. Il paradosso è che ci si indigna per il messaggero, ma si coltiva da anni il palcoscenico che lo rende efficace.

Poi arriva la risposta istituzionale, e qui il corto circuito si fa completo. Il ministro Antonio Tajani convoca l’ambasciatore: atto solenne, quasi da crisi diplomatica, per le parole di un conduttore. Il Quirinale, con Sergio Mattarella, esprime solidarietà. Tutto legittimo, ma sproporzionato. Non è Vladimir Putin a parlare, né un membro del governo russo: è un uomo di televisione. In uno Stato liberale esistono altri strumenti: querela, tribunali, diritto. Il rischio, altrimenti, è capovolgere la scena: lo Stato che insegue il talk show, la diplomazia che rincorre la propaganda. E alla fine resta l’immagine più amara: mentre si invocano interessi nazionali e sovranità, si finisce per prendere lezioni — rovesciate e involontarie — proprio da chi di quelle parole fa un mestiere.

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