Deficit, PNRR, residui attivi: la grande recita bipartisan del fallimento.
Il Documento di Economia e Finanza appena pubblicato certifica, con la flemma asettica dei numeri, quello che un qualunque studente di economia al primo anno già sa: nei cicli favorevoli si consolida, si risparmia, si costruiscono margini. L'Italia ha fatto l'opposto. Tassi contenuti, esportazioni in salute, mercato del lavoro in espansione: la bonaccia perfetta per alleggerire il peso di un debito monstre. Risultato? Il rapporto debito/PIL è salito comunque, dal 135,8 al 137,7 per cento. Un'occasione non solo sprecata, ma derisa. E ora, con lo shock energetico alle porte, 186 miliardi di titoli da rinnovare entro fine anno e la crisi di Hormuz sullo sfondo, il governo scopre che la cassa è vuota e si avvicina al patto di stabilità come un'automobilista ubriaco al guard-rail: con la certezza matematica dell'impatto, e la speranza irrazionale di scamparne.
Giorgia Meloni, in questo frangente, sceglie la tattica collaudata del capro espiatorio postdatato. La colpa, naturalmente, è del Superbonus. Peccato che il Superbonus lo abbia votato anche lei, che abbia contribuito a far cadere Draghi — il quale intendeva eliminarlo — e che se lo sia tenuto in eredità senza abolirlo per quattro anni di governo con la maggioranza più solida e ampia della storia repubblicana recente. Invocare un mostro di un lustro fa offende l'intelligenza persino degli elettori più benevolenti. Perché il vero buco non è patrimoniale, è di cassa: novanta miliardi di euro di gettito fiscale non riscosso ogni anno, e un attivo dello Stato costruito sulla sabbia di 1.100 miliardi di residui attivi — crediti inesigibili, morosità strutturali, fantasmi contabili che ogni cinque anni vanno in prescrizione senza che nessuno si degni di parlarne. Di questo, Meloni non dice una parola. Preferisce il nemico antico al problema attuale.
Ma sarebbe ingeneroso lasciare il Partito Democratico fuori dalla scena. Alessandro Alfieri, responsabile PNRR nella segreteria Schlein, annuncia con olimpica disinvoltura che il Pd «non darà nessun sì preventivo» allo scostamento di bilancio, ma valuterà «nell'interesse del Paese». Traduzione: se il governo sfonda il tetto, e se la cosa piace, ci sarà anche il loro voto favorevole. Il grande partito di opposizione che si prepara a benedire il commissariamento fiscale dell'Italia con una scrollata di spalle e un «dipende». Povera Italia, davvero: a destra una premier che cerca alibi nel passato, a sinistra un'opposizione che offre complicità spacciandola per responsabilità. Nel mezzo, i conti che non tornano, i residui che si prescrivono e la tempesta che avanza.♓

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