Forza d'Agrò, specchio fedele di un'Italia municipale che prospera nell'opacità e nell'impunitànger contro tutti.
C'è qualcosa di rivelatore, quasi di didascalico, nella vicenda di Forza d'Agrò: residenze fantasma nei pollai, nei ruderi, negli stabilimenti balneari; un sindaco che gestisce di persona le pratiche anagrafiche come un capocantiere distribuisce compiti agli operai; agenti della polizia municipale trasformati in esecutori fedeli di un sistema collaudato da decenni. Il giudice Giovanni Albanese, già nel 2012, scriveva che il fenomeno «non appare affatto nuovo né inusitato per alcune piccole realtà meridionali». Aveva ragione, e quella sentenza — poi prescritta in appello — fu il primo atto di una commedia che a Forza d'Agrò si replica da almeno vent'anni, con gli stessi metodi, gli stessi protagonisti, la stessa sfacciataggine. Ma la vera domanda non riguarda questo borgo di ottocentotrentacinque anime sulle pendici dei Peloritani. Riguarda ciò che Forza d'Agrò rappresenta.
Perché ci si candida a sindaco di un piccolo comune?
Solo pochi si candidano a per "nobili ragioni". Solitamente sono delle personalità che si sono affermate professionalmente fuori dal paese e mettono generosamente sé stesse a disposizione della propria comunità. La vanità, certo — quel bisogno atavico di essere chiamati «signor sindaco» al bar e alla messa. Ma anche la necessità: molti di questi uomini sono, in senso lato, degli sradicati, figure che nella politica locale trovano l'unica carriera possibile, l'unico palcoscenico su cui recitare una parte. Altri vi vedono un piccolo reddito integrativo, altri ancora la noia trasformata in destino. Quasi nessuno, però, conosce il Testo unico degli enti locali, il diritto amministrativo, i meccanismi del bilancio. E così, appena insediati, si ritrovano nelle mani dei funzionari — i veri detentori della macchina comunale — che li tengono in scacco: il responsabile della ragioneria che non sposta un centesimo da un capitolo all'altro senza ottenere qualcosa in cambio, magari un giro di consulenze tra comuni contigui orchestrato con gli altri sindaci, un aumento di stipendio coperto dalla solidarietà istituzionale. L'opposizione? Assente, o meglio: presente soltanto nella misura in cui attende di prendere il posto dell'avversario per perpetuare lo stesso sistema. Non è contro il privilegio che si combatte, ma contro la propria esclusione da esso.
Ciò che rimane ai cittadini è un Comune che funziona come uno specchio deformante della legalità: i bilanci introvabili nei meandri dei siti istituzionali, i crediti inesigibili mantenuti artificialmente in vita per gonfiare le entrate e mascherare il deficit, le tasse non riscosse dagli amici, gli oneri urbanistici interpretati con l'elasticità di un avvocato compiacente, i vigili urbani tenuti lontani dai cantieri abusivi. È così che si governa l'illegalità diffusa, non con la complicità esplicita ma con la sistematica omissione di controllo. E il conto, alla fine, lo pagano i servizi: quelli che vengono tagliati quando il deficit non può più essere nascosto. Forza d'Agrò, con i suoi arresti, il suo sindaco ai domiciliari, la sua vicesindaca improvvisamente chiamata a reggere un Comune che ha vissuto decenni nell'ombra di un «padrino politico» arrestato per tangenti nel 1993, è uno specchio scomodo che l'Italia municipale fatica ad affrontare. Non perché il caso sia eccezionale. Proprio perché non lo è.
È la banalità del male quotidiano. ♓

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