Cronaca di una campagna elettorale già scritta.
Messina va alle urne con quell'aria insieme solenne e farsesca che solo le città siciliane sanno indossare. Federico Basile si congeda dopo otto anni: non senza meriti, va detto. La città non è quella che era. Ma Basile è, prima di tutto, l'uomo di Cateno De Luca, e questa è la chiave di lettura che non si può accantonare. Il patriarca è ancora lui: il regista, la voce fuori campo che talvolta si fa voce in campo. Di fronte a questa armata navale, spicca la figura solitaria di Lillo Valvieri che, armato di megafono e rasoio, sfida la corazzata con la raccolta firme come unica vela. A lui va la nostra ammirazione: non per la probabile vittoria, ma per il gesto. Chi sale in plancia a sfidare i vascelli corsari merita almeno un chapeau!
Il vero spettacolo lo offrono i cavalli degli scacchi — quelle figure che non vanno mai dritte, che scartano di lato a ogni mossa. Marcello Scurria è il campione indiscusso della categoria. Il suo curriculum è un romanzo di formazione: militante del Pds — voce oggi flebile, quasi che la cancel culture, quella che di solito si applica agli altri, abbia lavorato in silenzio anche sulla sua biografia —, già nel cerchio magico della compianta Angela Bottari, poi nell'orbita di Panarello, poi nell'olimpiade dei passaggi: da De Luca a Siracusano con sosta nel salotto FdI di Buzzanca. Non è incoerenza: è atletismo istituzionale. Chapeau!
Ma il catalogo è vario: ci sono i ritornisti, quelli che tornano al padre dopo fughe più o meno tempestose, e ci sono i migranti di rango, come Giovanni Caruso, che guida la diaspora della Dc messinese lasciando il padrino Cuffaro per approdare al padre De Luca. Un transito che ha il sapore della conversione: dalla vecchia Democrazia Cristiana, con tutto il suo campionario di riti e liturgie, alla nuova chiesa cateneniana, dove il carisma sostituisce il catechismo. Questi eterni giocatori finiscono per criticare oggi, con indignazione intatta, ciò che facevano ieri con identico entusiasmo. Un divenire senza fine, comico come Ionesco. E i messinesi? Pasquino diceva che se sommi il popolaccio romano al cervello del papa, non ce n'è per nessuno. A Messina operazione compiuta: di popolaccio ce n'è a chinchité, e, con Cateno Primo: habemus papam. ♓

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