di Roberto Barbera*
Quando un'azienda sceglie il 25 aprile per comunicare ai sindacati che lo sciopero è irresponsabile, o sbaglia il calendario o ha un senso dell'ironia che meriterebbe miglior causa.
ATM ha fatto entrambe le cose.
La società di trasporto pubblico di Messina ha diffuso un comunicato — nelle forme solenni di chi ritiene che la carta stampata abbia ancora il potere intimidatorio dell'editto — accusando i sindacati di agire contro l'interesse dei cittadini. Quattro ore di sciopero, non sei: errore già nel computo, il che non depone a favore della precisione manageriale.
Le sigle hanno risposto con la lucidità irritata di chi è abituato a subire prima e a documentare poi. Nell'elenco delle doglianze figurano ferie negate, trattenute salariali senza titolo, trasferimenti punitivi e licenziamenti privi di giusta causa. Non è una piattaforma rivendicativa: è un curriculum aziendale. Il management lo ha redatto con diligenza, anno dopo anno.
La direzione ha tentato poi la classica mossa del divide et impera: distinguere tra sindacati responsabili e agitatori, come se l'aggettivo fosse un'accusa anziché, in certi contesti, un titolo d'onore. Le sigle hanno risposto con la semplicità dei numeri: rappresentano la maggioranza dei lavoratori. La maggioranza non si divide: si conta.
Resta la questione del 25 aprile, data scelta per il comunicato. Non è una data qualunque. Usarla per evocare scenari di conflitto ingovernabile è, nel migliore dei casi, una distrazione. Nel peggiore, è un messaggio deliberato. I sindacati hanno optato per la seconda lettura, e non a torto.
Lo sciopero è un diritto. La Costituzione lo dice con chiarezza sufficiente da non richiedere glosse aziendali. Chi lo esercita non chiede il permesso: lo comunica, nei tempi e nei modi di legge. Tutto il resto è folklore manageriale.
ATM è attesa in Prefettura. Con i documenti, stavolta.
*Transport Planner. Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico

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