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lunedì 20 aprile 2026

ROSPI SENZA PRINCIPESSE

CORSIVO


 Il populismo non muore: cambia solo nome.

Ogni volta che un populista perde un'elezione, qualcuno scrive il necrologio del populismo. Lo celebriamo con la stessa puntualità con cui i mercati festeggiano la fine delle crisi — subito prima della prossima. La caduta di Orbán ha prodotto, come da copione, l'euforia consueta: il populismo è finito, la democrazia respira. Peccato che il successore ungherese sia cresciuto nell'humus orbaniano come un fungo cresce sul legno marcio — con la differenza che il fungo non fa discorsi in parlamento. Come ha osservato Munchau, se al posto di Orbán ci fosse stato un centrista qualunque, Magyar sarebbe già archiviato sotto «populista». Ma poiché è il nemico del nemico, diventa amico. La logica è quella dei bambini e dei geopolitici.

Quanto alle frizioni tra Trump e Meloni — descritte con toni da crisi di governo — si tratta di screzi da cortile. Il Psycho-President insulta tutti, poi li abbraccia. Scommetterei un vinile raro dei King Crimson che presto faranno pace. Il vero punto è strutturale. Finché esiste un mercato elettorale del risentimento — e le condizioni che lo alimentano non solo persistono ma peggiorano — emergeranno sempre nuovi imprenditori politici pronti a vendergli sogni d'ordine e frontiere chiuse. Trump, Le Pen, Farage, Meloni sono prodotti intercambiabili. Se spariscono loro, arrivano altri. Probabilmente peggiori.

Il modello Orbán è fallito anche per ragioni economiche elementari: blindi le frontiere, ottieni purezza etnica e miseria crescente. Paradosso dei nazionalisti: amano la nazione fino a renderla inabitabile. Il modello Meloni non è diverso: tre anni e mezzo hanno prodotto il nulla, condito da decreti sicurezza. I rospi non diventano principesse. E se diventassero principesse, perderebbero il loro elettorato. Il terreno continua a franare. I populisti continueranno ad abitarlo. 

Con nostra grande sorpresa ,  ogni volta.

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