Garantisti a parole, illiberali e manettari nei fatti.
C'è una parola che questa maggioranza ama pronunciare con particolare solennità: garanzie. La ripete nei convegni, la incide nei comunicati, la agita come un'ostia laica davanti al ceto forense. Ha promesso di mettere l'avvocato in Costituzione — nientemeno. Ha vantato, come una primogenitura, la nomina di un avvocato a capo dell'ufficio legislativo del ministero della Giustizia. Ha abbracciato con fervore da convertiti la separazione delle carriere dei magistrati, totem caro all'ordine degli avvocati da decenni.
Poi ha tolto il gratuito patrocinio agli stranieri irregolari. Dettaglio, direbbero. Folklore da campagna elettorale. Ma i dettagli, se li si mette in fila con pazienza, formano un ritratto. E il ritratto che emerge è questo: l'avvocato va benissimo, purché remi nella direzione giusta. Purché non disturbi il manovratore. Purché si accomodi nella funzione di cinghia di trasmissione — oliata, silenziosa, non grippante — tra il cittadino e gli obiettivi dell'esecutivo.
È la stessa geometria già applicata ai magistrati dalla dottrina Meloni-Mantovano: neutrali non significa indipendenti, significa utili. Il garantismo, in questa versione, non è un principio. È un'estetica. Funziona finché abbellisce; quando disturba, si toglie. Come una toga appesa all'attaccapanni. ♓

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