A Genova sequestrano un pensiero, non uno striscione.
A Genova hanno tolto uno striscione da una scuola elementare. Lo avevano scritto dei bambini, con quei pennarelli che si esauriscono sempre nel colore sbagliato, e ci avevano messo su una frase di una banalità sconvolgente: qui nessuno è straniero. Bene: la Digos è intervenuta con la prontezza che di solito riserviamo ai vertici del G7, e il cartellone è sparito. Complimenti. Finalmente qualcuno vigila sui veri sovversivi di questo Paese: hanno tra i sei e i dieci anni, non sanno ancora la tabellina del sette, ma a quanto pare sanno benissimo come minare la sicurezza nazionale con un cartoncino colorato.
Un tempo pensavamo che gli striscioni fossero cosa buona: si appendevano agli stadi, si portavano nei cortei, dicevano una cosa e la dicevano a tutti, non bisbigliata nella penombra di uno schermo come si fa oggi con i social, dove ognuno grida nel suo angolino e nessuno ascolta nessuno. Lo striscione, quello vero, lo incontravi per strada, e magari - orrore - ti fermavi a pensarci su. Ora pare che il pensiero, quando è di un bambino e riguarda gli stranieri, sia materia da sequestro. Ci chiediamo se qualcuno, tra chi ha dato l'ordine, ricordi quanti striscioni ha issato lui stesso, da giovane, quando era comodo essere minoranza e scomodo essere maggioranza.
E allora la domanda vera non è che cosa dicesse quello striscione, ma perché faccia così paura una scuola dove si insegna, con la grazia disarmante dei bambini, che l'appartenenza non si misura col passaporto. Forse perché è un principio pericoloso: pericoloso come tutte le verità semplici che gli adulti hanno imparato a complicare per convenienza. I bambini di Genova non sapevano di aver scritto un editoriale politico. Hanno semplicemente scritto quello che ancora non gli abbiamo insegnato a nascondere. Ci penserà la Digos, evidentemente, a completare l'educazione.
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