a cura di Anna Lombardo
Chi urlò contro le toghe in campagna referendaria oggi tace: il compito più difficile resta a chi quei bambini deve reinserirli nella vita civile.
Durante la campagna per il referendum sulla giustizia, la vicenda della "famiglia del bosco" è diventata, per certa destra, un randello contro la magistratura. Bastava un fotogramma - un casolare, dei bambini, dei giudici "cattivi" - per costruire il racconto dello Stato invasore che strappa i figli a genitori innocenti. Nessuno si è preso la briga di leggere le carte, di capire cosa dicessero i servizi di neuropsichiatria infantile, di studiare un fascicolo complesso fatto di scelte educative estreme e di sintomi da stress post-traumatico riscontrati nei minori. Bastava il sentimento di pancia, e quello bastava a portare voti.
Il referendum è passato, la propaganda ha cambiato bersaglio, e della famiglia del bosco oggi si parla pochissimo, se non nelle cronache giudiziarie. Non fa più comodo: non produce più indignazione spendibile. Resta però il problema vero, quello che nessun comizio ha mai voluto affrontare: tre bambini che devono tornare a scuola, imparare a stare con i coetanei, riabituarsi a un mondo che i genitori avevano scelto di tenere loro lontano. Il compito più difficile - aprire loro le porte della vita civile, dell'istruzione, della socialità, senza farli sentire per sempre ai margini - tocca proprio a chi era stato dipinto come il nemico: giudici, assistenti sociali, insegnanti.
Non dovrebbero vergognarsi i genitori, prigionieri delle proprie convinzioni. Dovrebbero vergognarsi quelli che di quei bambini si sono serviti per crocifiggere i magistrati quando tornava utile in campagna elettorale, e che oggi, esaurita l'utilità del caso, li hanno semplicemente dimenticati.
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