CORSIVO
Conte cerca la patente di progressista e sogna Palazzo Chigi. Ma sulla strada incontra il suo antico garante: i padri fondatori, quando diventano ex, acquistano una memoria prodigiosa.
Giuseppe Conte ha un problema che non figura negli statuti: Beppe Grillo. Gli avversari si combattono, gli alleati si blandiscono, i fondatori si subiscono. Soprattutto quando ricordano com’eri prima che tu cominciassi a raccontare come sei diventato. Conte, ormai vestito da progressista europeo, dialogante e responsabile, procede verso il campo largo con l’aria di chi vi possieda già un piccolo podere. Grillo gli ha ricordato che il progressismo dell’ex premier sarebbe soprattutto una «paralisi progressiva» della mente. È una cattiveria. Ma le cattiverie, in politica, hanno un vantaggio sulle analisi: arrivano prima al pubblico.
Il guaio è che Grillo possiede contro Conte un archivio che nessuna segreteria può sequestrare: la memoria. Ricorda l’avvocato del popolo, il garante, le stelle, le investiture e soprattutto le disinvestiture. Conte può rispondere con documenti, regolamenti, assemblee e magari una nota di sette cartelle. Grillo dispone di una smorfia. È concorrenza sleale, come opporre un notaio a Maramaldo. L’uno verbalizza, l’altro infierisce. E nella politica trasformata in spettacolo il verbale viene letto il giorno dopo; la battuta ha già fatto il giro dei telefoni.
Ora Conte aspira a diventare il punto di riferimento dei progressisti, formula abbastanza prudente da non precisare né il punto né i progressisti. Prima dovrà però liberarsi del fantasma del fondatore, impresa complicata: i fantasmi non prendono tessere e quindi non si possono espellere. Grillo non ha bisogno di rifondare il Movimento, presentare liste o raccogliere firme. Gli basta presentarsi. È questa la vendetta più raffinata concessa ai padri politici spodestati: vedere i figli diventare adulti e raccontare agli ospiti com’erano da piccoli. Conte sogna Palazzo Chigi. Grillo conserva l’album di famiglia. 💪
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