Non sappiamo come iniziano le guerre, ma sappiamo benissimo come non finiscono mai.
Cari Lettori, buone notizie: la guerra è tornata di moda, anzi non è mai passata di moda, semplicemente cambia location come un influencer in tour. Afghanistan, Iraq, Ucraina, Gaza, Iran: la geografia del conflitto si aggiorna più spesso di un'app, ma il canovaccio resta identico. Si comincia sempre con un piano brillante - "sarà rapida, chirurgica, quasi elegante" - e si finisce sempre allo stesso modo: con un generale che spiega ai microfoni perché in fondo va tutto secondo i piani, mentre i piani sono ormai polvere.
Il bello è l'ottimismo, quello sì instancabile. Ogni potenza che si affaccia su un fronte giura di aver imparato dagli errori altrui, salvo poi ripeterli con encomiabile fedeltà filologica. Mosca pensava di prendersi Kiev in tre giorni e si ritrova impantanata dopo un lustro; Washington ha sempre un piano B per il Medio Oriente, di solito identico al piano A ma con più portaerei; Gerusalemme insegue nemici che, stranamente, restano vivi anche dopo essere stati dichiarati sconfitti per la quinta volta. È la fisica quantistica della geopolitica: il nemico esiste e non esiste finché non arriva la prossima conferenza stampa.
E poi ci siamo noi, spettatori affezionati, che seguiamo l'evolversi delle "forever wars" con lo stesso spirito con cui si segue una serie tv arrivata alla settima stagione: sappiamo che non finirà mai bene, ma continuiamo a guardare, sperando in un colpo di scena che non arriva. Nel frattempo il petrolio tiene, i mercati fingono di non accorgersi di nulla, e i leader promettono la pace entro le prossime elezioni - le proprie, non quella del pianeta. Del resto, si sa: le guerre si annunciano con gli eserciti schierati al confine. Le fini, invece, restano sempre un mistero da risolvere alla prossima puntata. ♓
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