CORSIVO
di Ponzio Aquila
MUSUMECI, ACQUERELLO DI METAFORE E ALLUVIONI
Nello Musumeci appare come un gentiluomo ritratto in un’acquaforte del XIX secolo: fronte ampia, inutilmente spaziosa, «badante col pizzetto risorgimentale» — definizione, questa, di Sgarbi — e l’aria di chi pesa le parole più delle monete, retaggio degli anni al Banco di Sicilia, istituto che schiattò dopo il suo passaggio. Forte di questa esperienza, Musumeci, ai Campi Flegrei, dichiara con tono solenne che «non si doveva costruire», ignorando decenni di edificazioni e famiglie reali, come se bastasse una sentenza retrospettiva a fermare il tempo. E subito dopo aggiunge che «la collettività non può assumere un ruolo passivo quando diventa destinataria di regole», traslando ogni responsabilità sui cittadini che abitano zone a rischio, mentre il suolo continua a tremare. In Sicilia, parlando di dighe, afferma che «non sono vuote, sono piene di sabbia», trasformando la realtà idrica in un quadro surreale degno di un romanzo gotico, e suggerisce che le famiglie stipulino polizze private contro alluvioni, come se la sicurezza pubblica fosse una cortesia da richiedere volontariamente. Non manca l’evocazione poetica della Costituzione, che secondo lui dovrebbe contenere la parola «mare», perché l’Italia è “marittima per eccellenza”, mentre le acque continuano imperterrite a fare il loro corso, indifferenti ai proclami.
Quando Musumeci sale sul palco della conferenza svoltasi, sabato scorso,a Venezia, sul lavoro marittimo, innovazione e formazione, ogni parola scivola tra metafore improbabili e entusiasmo fuori rotta: mare come panacea, formazione come promessa di redenzione, e l’uomo, sospeso tra l’ufficiale gentiluomo e il ministro che naviga a vista, appare come figura di altri tempi, capace di far sorridere e tremare con la stessa frase. Così la sua galleria di spropositi non è più separata dal ritratto: ogni gesto, ogni dichiarazione, ogni sorriso leggermente compiaciuto del ministro diventa pennellata di un quadro satirico, in cui la gravità dell’uomo d’altri tempi e l’improvvisazione del politico moderno coesistono, tra la solidità di un cassiere e l’ardore di un oratore in cerca di pubblico.
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