CORSIVO
Ponzio Aquila
Ágnes Heller lo spiegava senza indulgenze: la democrazia è artificiale, la dittatura naturale. Naturale è affidarsi a uno solo; artificiale è costruire un sistema per difendere la libertà di tutti. Non il benessere, non la sicurezza, non il futuro radioso: la libertà. Che non è un mezzo, ma un fine.
Quando la libertà viene barattata con il pane – e Rousseau, su questo, faceva una certa tenerezza – la democrazia firma la propria resa. L’Europa del dopoguerra fu democratica anche perché ricca: frigoriferi pieni, tempo libero, consumi. Si scambiò la libertà per un accessorio del benessere. Poi arrivarono le crisi, la rivoluzione digitale, le diseguaglianze, e il giocattolo si è incrinato. Allora il colpevole è diventato l’insieme di diritti, contrappesi, guarentigie: un intralcio imbellettato mentre il mondo corre.
Non si cerca una democrazia migliore, ma qualcosa che funzioni “meglio” della democrazia. Con o senza libertà. Che molti sarebbero pronti a provarci non è scandalo: è diagnosi. La cura, temo, non è nel prontuario.

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