Viviamo il paradosso dell informazione ubiquitaria che si trova ovunque, ma capire la realtà economica , politica e geopolitica è sempre più difficile.
La politica ha scelto la “narrazione di superficie” con slogan al posto di idee, emozioni al posto di fatti.
Nel frastuono digitale non conta il ragionamento, ma l’attenzione, catturata da micromessaggi emotivi che oscurano disuguaglianze e crisi globali.
Gli algoritmi costruiscono camere dell’eco, confermano ciò che già pensiamo e seppelliscono il resto.
Non è censura in senso classico: è distrazione sistematica.
Le cosiddette Big Tech non sono solo vetrina tecnologica, ma sono mediators di potere. Scandali come Cambridge Analytica lo hanno dimostrato; i dati diventano armi, la profilazione dei lettori orienta voti e paure.
La politica, sostenuta da finanza e piattaforme social , coltiva il consenso fragile basato sull’emozione, non sulla conoscenza.
Spezzare questo meccanismo è possibile. Serve alfabetizzazione digitale, trasparenza algoritmica e partecipazione attiva alla ricerca di fonti plurali.
La manipolazione è reale, ma non invincibile. La verità richiede scelta, disciplina, curiosità. L’informazione che ci libera è quella che decidiamo di cercare, non quella che ci trova da sola.


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