a cura di Anna Lombardo
Viaggio amaro tra numeri, paura e rinuncia alla speranza.
C’è un’Italia che si indigna e una che rinuncia. Il rapporto di Associazione Antigone lo dice con la freddezza dei numeri: dal 2022 al 2025 i minorenni detenuti sono cresciuti del 35%, benché i reati giovanili restino inferiori alla media europea. Per anni erano calati; poi nuove fattispecie di reato, più denunce per violenze finalmente emerse, e una politica innamorata del codice penale hanno fatto il resto. La giustizia minorile, un tempo fiore all’occhiello, oggi arranca: meno educazione, più cella. Come se punire fosse più semplice che capire.
In Sicilia la ferita è più visibile.
Negli istituti dell’isola si contano stabilmente alcune decine di presenze; a Messina, tra l’IPM (Istituto Penale per i Minorenni) e le sezioni dedicate, i numeri oscillano attorno alle venti-trenta unità, con una quota significativa di giovanissimi sotto i diciotto anni. Numeri piccoli, si dirà. Ma ogni numero è un volto. E spesso dietro quel volto c’è povertà educativa, dispersione scolastica, famiglie sfinite o assenti, talvolta minori stranieri non accompagnati parcheggiati in un limbo senza futuro.
Si invoca severità, si applaude il carcere come diga alla paura. Ma il carcere, lo sappiamo, è più palestra di recidiva che officina di rinascita. Una società che teme i suoi adolescenti è una società che ha smesso di generare speranza. E quando gli adulti abdicano all’autorità mite e alla responsabilità educativa, delegando tutto allo Stato, restano solo le sbarre. Non è la giovinezza a essere più feroce: è la nostra rassegnazione ad esserlo diventata.

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