a cura di E. L. M. Irali
Dalla Russia zarista al Sud borbonico,
un traffico di “anime” smaschera il potere.
Ieri, oggi e , temiamo , anche domani.
Ci sono idee che non invecchiano. Una è quella di fare affari con i morti. In "Le anime morte" Gogol’ mette in scena un truffatore che compra servi defunti ancora registrati nei censimenti: un capolavoro di assurdità amministrativa che diventa ritratto spietato della Russia zarista.
Tra proprietari grotteschi e funzionari ciechi, la satira si fa metafisica: il vero fantasma è la coscienza civile.
Un secolo dopo, D’Arrigo riapre il banco e cambia scenario. Ne "Il Compratore di anime morte" le “anime” si vendono nel Sud preunitario, tra principi in rovina e leggi scritte con l’inchiostro dell’ambiguità. L’aria è teatrale, storica, impastata di lingua e ironia; ma il meccanismo resta lo stesso: basta una norma confusa perché i morti rendano quanto i vivi.
Non è copia, è staffetta. Gogol’ inventa l’ingranaggio, D’Arrigo lo riaccorda su un’altra scena.
E il risultato è sorprendentemente attuale: burocrazie miopi, opportunismi instancabili, sistemi che inciampano nelle proprie carte.
Leggerli insieme significa scoprire che l’Europa, da est a ovest, sa cambiare bandiere ma non sempre vizi. Ieri, oggi e , con un sorriso amaro, domani.

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