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mercoledì 18 febbraio 2026

BLUES AD ALTO VOLTAGGIO: HARMAN & TAYLOR, CORDE, FIATO E TEMPESTA


 di MICHELE LOTTA 


Tra un’armonica incandescente e una chitarra che piange come se avesse perso il bus, incontriamo James Harman, il texano dell’anima del blues che trasformava ogni nota in un sorso di whiskey. Nato con l’armonica in mano e un destino deciso a tirare il blues fuori dalla Mississippi Delta fino ai litorali californiani, Harman ha collezionato album come "Those Dangerous Gentlemen e Black & White", facendo sembrare ogni traccia un duello tra cuore e corda vocale. La sua James Harman Band era come una tavolata di amici al bar: tutti suonavano forte, ma nessuno parlava troppo — le armoniche parlavano per loro. In  foto lo affianca il grande Mick Taylor in una storica jam session, il british boy che scoprì presto che non bastava suonare la chitarra se non potevi farla piangere, ridere e sospirare nello stesso secondo. Dopo una carriera nei Rolling Stones dove ha impreziosito classici memorabili, Taylor ha deciso che l’etichetta “rockstar” gli stava stretta e ha abbracciato un blues più riflessivo: nel suo album solista il suono è come un whisky servito in vecchi bicchieri di cristallo, ogni assolo un elegante slancio verso l’infinito.

 Nel 1991, in una di quelle date che suonano come una battuta di spirito, il chitarrista inglese e l’armonicista americano si ritrovarono sullo stesso palco, incastrando vinili e armoniche — un incontro casuale ma degno di una commedia musicale: lui con le corde, lui con l’armonica, e il pubblico sospeso tra lacrime e risate. In fondo, i loro rispettivi dischi migliori sono come due capitoli diversi della stessa storia: uno parla d’amore, l’altro di perdite, entrambi con una tazza di ironia e un cuore che batte al ritmo del blues



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