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mercoledì 18 febbraio 2026

MELONI E L'ARTE DEL NÌ

 


Tra Washington e Berlino la premier affina l’equilibrismo costituzionale, pontiera senza fiume, osservatrice di tutto e decisora di niente

Nell’ora delle scelte irrevocabili Giorgia Meloni afferra il manuale del perfetto equilibrista e si colloca nel punto esatto in cui nessuno può accusarla d’essere caduta: il centro del nulla.
 Andare da Donald Trump per il Board of Peace? Sì, ma solo come osservatrice, ché la Costituzione veglia. Non andare? Forse. Mandare un emissario? Nì, sublime avverbio della contemporaneità.
Dire sì significa urtare l’Europa che, dopo i rimbrotti anti-MAGA di Friedrich Merz a Monaco, riscopre improvvisi ardori nucleari in asse con Parigi e Londra. Dire no, però, equivarrebbe a scontentare Washington, che non ama i tiepidi se non quando sono docili. Così la premier pratica la scienza del “forse” elevato a sistema di governo.

A turno, il vicepremier Antonio Tajani appare e scompare come particella quantistica. Andrà lui? Forse. Si accomoderà tra autocrati assortiti? Forse no. In Farnesina i biglietti restano in uno stato di sospensione metafisica. 
Lo scudo è la risoluzione 2803 dell’Onu; l’imbarazzo, i no cortesi dei grandi europei (perfino il Vaticano si astiene). Tajani elenca presenze consolatorie – Cipro, Romania, Slovacchia – come fossero prove ontologiche dell’esistenza dell’Europa. “Non siamo ai margini”, proclama, mentre disegna con il compasso il centro del bordo.

Nelle chat di governo si attende un WhatsApp da Berlino: se Merz non va, non si va; ma se non manda nessuno, mandar qualcuno diventa eccesso di zelo. Intanto il ministro Guido Crosetto rassicura: l’ombrello migliore resta quello americano, non si cambia copertura in caso di pioggia atlantica. 
E la premier? Pontiera senza fiume, custode di un’etichetta che non ha ancora prodotto conseguenze, difende il ponte immaginario tra le due sponde. Non con Trump contro l’Europa, né con l’Europa contro Trump: con entrambi, ma solo un poco. 
Così, nella terra di nessuno che ella stessa ha cartografato, il capolavoro politico diventa un esercizio di calligrafia: impeccabile, elegante, indeciso.

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