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lunedì 16 febbraio 2026

Liste d'attesa, Messina e la sfida dell'appropriatezza




di AG RIZZO *

 In Sicilia, tra le città con i ritardi più marcati c’è Messina. Duecentosessantadue giorni per una colonscopia, oltre trecento per una visita dermatologica; non un incidente statistico, ma il segno di una congestione strutturale.


La coda nasce da una somma di fattori determinati da una domanda crescente per invecchiamento e cronicità, carenza di medici  nelle specialità che tengono in piedi il grosso delle prestazioni: radiologi per Tac ed ecografie, gastroenterologi per colonscopie e gastroscopie, dermatologi e cardiologi per le visite più richieste, ortopedici, ma anche anestesisti indispensabili per molte procedure. 


Quando queste figure sono sotto organico, l’effetto è immediato: si riducono le sedute, si aprono meno agende al Cup, si tagliano slot disponibili. 

E così, settimana dopo settimana, si accumulano centinaia di richieste inevase che gonfiano le liste, agende organizzate a blocchi o temporaneamente chiuse, spazi e apparecchiature saturi, prenotazioni non disdette che bruciano ulteriori disponibilità. 


In un ospedale universitario come l’Aou G. Martino di Messina, dove urgenza, didattica e programmato convivono, la pressione si moltiplica.


La Piattaforma nazionale voluta dal ministro Orazio Schillaci , insieme all’integrazione dei Cup per mettere in rete pubblico e privato convenzionato , non promette miracoli, ma metodo. Rende visibili i tempi per singola prestazione, pesa i ritardi gravi, intercetta agende chiuse. 

Non accorcia le code per decreto; offre però il cruscotto per intervenire e responsabilizzare aziende e Regioni.

In questo scenario l’intramoenia diventa snodo decisivo. 


La legge è chiara e l’attività libero-professionale non deve superare quella istituzionale, e spetta ai direttori generali vigilare. 


Se le agende pubbliche si allungano mentre quelle a pagamento restano snelle, il problema è di equilibrio. 

L’aritmetica al Policlinico di Messina è lineare: su una visita da 200 euro, circa il 5% va a fondi vincolati (prevenzione e servizi), intorno al 20% copre costi aziendali e Cup, la quota maggiore , tra il 60 e il 65% , remunera il medico; eventuale supporto infermieristico o anestesiologico ha voci dedicate. 


Tutto regolato, tutto contabilizzato. Eppure il cittadino, pagando, compra soprattutto tempo.


La credibilità del sistema si gioca qui. 

La norma consente, in caso di superamento dei tempi massimi, di ottenere la prestazione in intramoenia pagando solo il ticket

perché è un diritto che va applicato. 


La vera sfida, in Sicilia come altrove, è far sì che l’intramoenia resti complemento e non scorciatoia, e che la trasparenza dei dati si traduca in agende più leggere. 

Perché il sole può permettersi di tramontare con puntualità , ma un diritto, no ! 


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