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lunedì 23 febbraio 2026

L'INTERNAZIONALE DELLA CATTIVERIA

 CORSIVO


Quando il cerimoniale sostituisce il cervello, restano solo i tamburi.

 Da Donald Trump a Vladimir Putin, passando per la folta brigata dei capetti d’Occidente, celebriamo l’età dei falliti di successo: uomini ordinari con ego ipertrofico e collera a megafono, che rimbalza nei social e va in tournée nei talk show, dove recitano a soggetto con ammirevole costanza. Il copione è universale: la giustizia è un impiccio, i dazi clave pedagogiche, i migranti figurine da espellere, i dossier moneta di scambio, i “file” un nuovo genere letterario. Si governa per slogan, come se la Costituzione fosse il libretto d’istruzioni dell’Ikea: prolisso, oscuro, sacrificabile.

La sottocultura Maga — ormai export più redditizio del bourbon — ha fondato un’Internazionale della Cattiveria: club esclusivo che cerca nemici con l’ansia con cui un adolescente cerca campo. Quando Trump accusa la Corte Suprema di servire “forze straniere” perché non gradisce i suoi dazi, non polemizza: piccona. Quando Carlo Nordio definisce il Csm un organo “paramafioso”, non è un eccesso: è un’idea di mondo. La separazione dei poteri diventa un inciampo sulla passerella del comando. La separazione delle carriere non muta un mediocre in galantuomo; il sorteggio non rende virtuoso l’opportunista. Gli estremismi producono macerie. Il pianeta è iperconnesso e tribalizzato: Washington litiga con Bruxelles, Gaza brucia, i dazi volano, e nei salotti si bisbiglia ciò che in pubblico “non si può dire”. Politica come chat privata col microfono aperto.

Quanto durerà l’arroganza dei Nuovi Re? Finché scambieremo il volume per autorevolezza, l’ira per energia, il cerimoniale per sostanza. La Storia, che non ama i bulli, presenta sempre il conto. E li vedremo agitarsi come un moderno Riccardo III, pronti a barattare il regno per un cavallo — o per un algoritmo più benevolo. In fondo, non è il potere che corrompe: è l’idea di meritarselo che rende ridicoli.

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