C’è un silenzio che pesa più di un programma elettorale, ed è quello che separa le promesse declamate dai bilanci firmati.
L’Italia governa oggi con numeri che non si distinguono, se non per calligrafia, da quelli lasciati da Draghi.
Il blocco navale è sceso a riposare in fondo al mare, mentre i migranti continuano ad arrivare. La lotta alla criminalità convive con lame che luccicano tra i banchi di scuola.
A Bruxelles, la presidente siede comodamente tra quelle élite che un tempo prometteva di rovesciare. I sovranisti ci rifilano i dazi, Putin passa da elevato maestro a emerito stronzo, e il mondo resta uguale a prima.
Nulla di tutto questo è stato spiegato: è stato rimosso. Il silenzio ha consentito di governare senza cambiare spartito, ma continuando a dirigere come se fosse una marcia trionfale. Zero finanza in più, molta enfasi.
Nel vuoto, però, prosperano i supplenti. Vannacci recupera tutti gli slogan della Meloni d’opposizione, li ricicla intatti e li porta in dote fino a iscriversi al gruppo parlamentare europeo di Alternative für Deutschland. In politica l’incoerenza non spiegata non diventa maturità: diventa un invito alla scissione morale.
E il conto, alla fine, arriva in perdita di consenso.
Se la presidente non prende le distanze da ciò che era, rischia che chi la credeva allora la giudichi oggi traditrice e traslochi verso il generale Vannacci: il puro più puro che ti epura.

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