Dalle invettive di piazza ai prudenti ripensamenti: il consueto dietrofront dei giustizialisti d’ogni stagione.
Matteo Salvini ha un talento riconoscibile: arrivare prima dei fatti. A Voghera, il 20 luglio 2021, l’assessore Massimo Adriatici uccise Youns El Boussettaoui durante un alterco in piazza.
La cronaca era ancora in costruzione e già la sentenza politica era servita: legittima difesa, senza sfumature.
Poi sono arrivate le indagini, il processo, la condanna in primo grado per eccesso colposo. E il tono è cambiato: dall’assoluto alla “fiducia nella magistratura”. Più che una marcia indietro, un cambio di registro.
A Rogoredo il copione si ripete: “senza se e senza ma”. Ma i dettagli, ostinati, arrivano sempre. E l’inflessibile diventa garantista: “chi sbaglia paga, in divisa il doppio”. Non una smentita, piuttosto un aggiustamento di volume.
Come certi video che scompaiono dai social dopo aver alimentato l’indignazione.
Il laboratorio perfetto resta Bibbiano: bambini trasformati in vessilli, accuse scolpite prima dei fatti, il marchio dei “ladri di bambini” agitato nei comizi. Non fu un assolo. Luigi Di Maio, allora al governo, partecipò al fervore accusatorio; Giorgia Meloni, dall’opposizione, presidiava le proteste con cartelli e parole di fuoco. Poi, con il ridimensionarsi dell’impianto e il moltiplicarsi delle assoluzioni, i protagonisti di quella stagione polemica smontarono le tende senza un’autocritica proporzionata al clamore iniziale. Parlare subito, controllare dopo. Finché la realtà presenta il conto. Poi si cambia spartito e si riparte. Alla prossima.

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