Dal “senza se e senza ma” alle “pene esemplari” nel giro di ventiquattr’ore: a Rogoredo la politica corre, il codice penale resta fermo.
A ventiquattr’ore dalla svolta delle indagini sul tragico, e ancora opaco, episodio di Rogoredo, la stampa di destra e di sinistra ha già provveduto a girare la frittata ciascuna a proprio uso. Riavvolgiamo il nastro.
Rogoredo, 26 gennaio. Un colpo di pistola, una vita che finisce e una certezza che precede le perizie: “Io sto col poliziotto”. La giustizia farà il suo corso, ma intanto la politica fa il suo comizio. Petizioni come coriandoli, omaggi alle divise, accuse ai magistrati. Il garantismo viene convocato in piazza, ma solo per applaudire: brilla se l’imputato porta la divisa, sbiadisce se indossa una felpa. Il resto – prove, testimonianze, circostanze – è dettaglio per addetti ai lavori. Qui si giudica in anticipo: l’indignazione preventiva rende più del silenzio prudente.
Poi arrivano i fatti, che hanno il vizio di rovesciare i tavoli. L’ipotesi di legittima difesa si incrina, spunta una pistola giocattolo, affiorano ombre. L’eroe diventa una mela marcia. Un criminale, per il quale si invocano “pene esemplari”. E proprio qui i garantisti mostrano il loro nervo scoperto: nel codice penale non esistono pene “esemplari”, ma solo pene previste. Vale per tutti, criminali compresi. Sacrosanto pretendere verità e responsabilità. Ma la legge non è un megafono né una clava: è misura, proporzione, accertamento. Non distingue tra felpa e divisa; semmai pretende di più da chi rappresenta un’Istituzione. Il resto è tifo. E il tifo, per fortuna, non è codice penale.

Per fortuna emerge la verità e quindi tutti zitti e riflettere sui fatti, vietato improvvisare e dunque pensare anche più volte prima di giudicare
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