C’è qualcosa di profondamente provinciale nell’enfasi con cui viene presentato il maquillage “sostenibile” della sede ATM: 4,5 milioni di euro per scoprire, con quarant’anni di ritardo, che un edificio degli anni Ottanta consuma troppo, è scomodo e andrebbe isolato.
La retorica delle vele in rame e zinco titanio, dell’“alta riconoscibilità” e della classe A+++ suona più come un esercizio di narcisismo architettonico che come una risposta seria ai bisogni di una città fragile e mal servita.
A Bologna o Parma, per citare città davvero virtuose del Nord, l’efficientamento energetico è prima di tutto una questione di funzione, di adattabilità al tessuto urbano e di ritorno economico misurabile: meno costi, più servizi, cantieri sobri e risultati verificabili.
Qui, invece, si rincorre l’oggetto iconico, dimenticando che Messina non ha bisogno di una sede aziendale “impattante”, ma di trasporti che funzionino e di investimenti calibrati sulla realtà fisica e finanziaria del territorio. Il problema, però, non è solo il progetto: è la filiera decisionale che lo celebra senza una vera comparazione di costi-benefici e senza un dibattito pubblico degno di questo nome.
I vertici aziendali e politici si autoassolvono a colpi di conferenze stampa, mentre la storia recente insegna quanto spesso i fondi europei, anche quelli nobilissimi del PN Metro Plus, finiscano dispersi in rivoli opachi di consulenze, varianti e ritardi.
Per questo il ruolo dei sindacati diventa decisivo: vigilare, controllare, pretendere trasparenza e risultati, non limitarsi agli applausi rituali. Perché la sostenibilità vera non sta nelle facciate luccicanti, ma nella capacità di spendere bene, poco e meglio.
E Messina, più che di slogan verdi, avrebbe un disperato bisogno di questa elementare virtù.
*Transport Planner
Analista di traffici stradali e di sistemi di trasporto pubblico._

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