a cura di Anna Lombardo
Tra tribunali e polemiche, una vicenda che rivela lo scacco collettivo della responsabilità adulta.
Li abbiamo messi nel titolo come si mettono i cappotti all’ingresso: “bimbi nel bosco”.
Così restano lì, appesi a un’immagine che li tiene lontani. Il bosco è perfetto: è altrove, è simbolo, è il luogo dove ci si perde.
Noi invece restiamo sul sentiero, composti, pronti a commentare. Perché osservare non basta: bisogna scegliere da che parte stare.
E così una misura di tutela diventa una contesa. Famiglia contro istituzioni.
Natura contro regole. Novanta giorni che dovevano servire a capire e che intanto scorrono mentre le relazioni dicono che i bambini stanno male.
Un gesto nato per proteggere si irrigidisce nello scontro. E nello scontro nessuno ascolta davvero.
La sequenza è nota: una coppia sceglie una vita isolata in un casolare, homeschooling, pochi contatti. Un’intossicazione da funghi apre la porta ai controlli.
I servizi segnalano carenze materiali e relazionali. Il tribunale dispone l’allontanamento, il ricorso viene respinto. Fuori, il dibattito si accende e si semplifica. È evidente che l’isolamento può privare.
È evidente anche che separare figli piccoli da genitori non abusanti espone a ferite diverse.
Ma la vera misura del fallimento sta nel tempo trascorso senza costruire fiducia, senza tentare una ricucitura.
Abbiamo preferito la polarizzazione alla responsabilità. E la responsabilità, discreta e ostinata, è l’unica lingua che i bambini riconoscono come protezione.

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