Da qualche giorno non sappiamo se l’Italia sia un avamposto nordafricano con vista Mediterraneo, una dependance svagata dell’Unione o una dépendance in franchising degli Stati Uniti.
La faccenda sarebbe comica se non fosse patriottica, nel senso domestico del termine: si sta a prua finché conviene, poi si scopre che anche la poppa offre panorami struggenti. Così la premier oscilla fra Friedrich Merz e Donald Trump come un metronomo in cerca di spartito.
A Monaco si discuteva di deterrenza atomica e di riarmi dal retrogusto novecentesco, e lei era ad Addis Abeba, scelta che ricorda quei personaggi di romanzo che mancano sempre la scena madre per poter dire, con candore, d’essere stati altrove.
L’arte dell’assenza è una forma superiore di presenza, purché nessuno chieda: presente a che cosa?
Del resto, la cifra del governo è militare: ordine in caserma, saluto ai mercati, deferenza ai graduati di Bruxelles, carezze allo spread che da mostro usuraio diventa compagno di bevute.
Il sergente mette in riga i sottoposti e poi attende il generale, perché l’eroismo consiste nello scegliere il vincitore quando ha già vinto. I nemici di ieri sono gli amici di domani: basta cambiare mostrina.
Così l’Europa è matrigna finché non è matrice, Washington è padrone finché non è partner, e l’Ucraina si sostiene con prudenza contabile: soldi sì, soldati no, coscienza sì, conseguenze no.
È il patriottismo all’italiana, elastico e reversibile, che promette fedeltà alla bandiera purché la bandiera indichi dove tira il vento.
E quando il vento cambierà, cambierà anche la fedeltà, con impeccabile disciplina da sergente in cerca di comandante.
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