Traduzione: la giustizia che non obbedisce ai politici o il potere politico esecutivo che indossa la toga. Un opera da tre soldi che non ha niente della satira di Brecht.
C’è un’espressione che torna utile nei momenti di necessità retorica: “magistratura politicizzata”. Traduzione: magistratura che non coincide con il volere del governo. Quando il vento si fa contrario – poniamo, sulle ambiguità internazionali tra Washington e Bruxelles – la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ricorre al consueto espediente: un video, un nemico, un diversivo.
È un classico della comunicazione politica, manuale alla mano.
Questa volta il bersaglio è il giudice che riconosce un risarcimento a un cittadino algerino trattenuto ingiustamente in un centro per il rimpatrio.
Ma l’uomo è un pregiudicato, si obietta. Come se la fedina penale cancellasse la Costituzione.
Lo Stato di diritto – espressione un po’ polverosa ma ancora vigente – funziona così: anche il colpevole conserva diritti. Altrimenti non è giustizia, è vendetta con timbro ufficiale.
Si è poi appreso che il capo dell’esecutivo avrebbe suggerito quale reato contestare ad alcuni manifestanti violenti. Una premura insolita. I reati, di norma, li qualificano i magistrati sulla base di fatti, referti, immagini. Non sull’umore di Palazzo Chigi.
Ancora: a Milano, quartiere Rogoredo, un pusher marocchino muore durante un’operazione di polizia. La legge prevede che si indaghi. Non per sfiducia nelle divise, ma per rispetto delle regole. L’arresto è una misura prevista; l’eliminazione fisica no. È un dettaglio che distingue uno Stato moderno da una giungla.
Naturalmente queste nozioni elementari sono note anche a chi governa.
Semplicemente non sempre risultano utili. Più redditizio è evocare toghe ostili, anarchici, centri sociali, immigrati: un catalogo rassicurante di avversari.
La politica ridotta a teatro morale, dove il potere coincide con la narrazione.
Nel 2021, scegliendo l’opposizione al governo di Mario Draghi, Meloni citò – con disinvoltura – una frase attribuita a Bertolt Brecht: sedersi dalla parte del torto perché tutti gli altri posti sono occupati. In realtà fu una scelta comoda: lasciare ad altri l’onere delle decisioni impopolari per raccoglierne il malcontento.
Oggi “stare dalla parte del torto” significherebbe difendere i diritti degli antipatici: clandestini, detenuti, imputati.
È la prova del garantismo, parola spesso pronunciata e raramente praticata.
E sarebbe, soprattutto, compito di chi governa.

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